La storia dell’ultimo dei malghesi:

«A piedi, tra montagna e pianura»

L’ultimo dei malghesi, Mario Locatelli. Racconta storie di un mondo antico, quando si stava l’estate in montagna, con le bestie, e l’inverno in pianura, spostandosi a piedi con la mandria e dormendo nei fienili delle cascine, al caldo, sulla paglia, con il papà. Siamo andati a trovarlo nella cascina dove vive ormai da decenni, l’Incantonatella, a pochi passi da Lodi, verso la frazione di Fontana.

Racconta, l’uomo, conosciuto da molti, negli ambienti agricoli e non, e stimato da tutti: «Sono nato il 2 gennaio 1947 a Rodano, strada facendo. D’inverno si veniva giù dalla valle Imagna, verso Borghetto, agli Orzinuovi o alle Torbole. Il Lodigiano l’abbiamo girato un po’ tutto».

Mario ha un fratello e due sorelle. Papà Antonio e suo padre, di nuovo Antonio, facevano questo lavoro. Dice: «Sono nato in una cascina, col freddo. Avevamo la stalla dove tenerci caldo. Ci si svegliava presto per mungere e fare i taleggi. Da bambino mi portavano in stalla, mungevano la vacca con la bottiglia e me la davano in bocca. Adesso dicono che non è igiene, ma va!».

A vederlo così è un giovanotto, gli occhi sono accesi e le forze ancora tante. Ma i suoi racconti alzano il velo sul tempo che fu: «Su, di mucche per famiglia ce n’erano quattro o cinque. A Fuipiano, in valle Imagna, vivevano una cinquantina di famiglie, ma mica tutti avevano le mucche. C’erano i muratori, i minatori, gente che andava in Francia e in Svizzera, scavalcavano il Resegone e via a piedi. Tutti noi facevamo il fieno per mantenere gli animali d’inverno. D’autunno venivamo giù in pianura, poca gente stava su d’inverno, solo chi non aveva le mucche. Si partiva quando cominciava a nevicare, verso metà novembre, restando al piano fino a metà aprile. La transumanza non si fa più da una quarantina d’anni. Oggi di allevatore che fa ancora la transumanza ne conosco solo uno, sta a Morterone, nel lecchese, il comune più piccolo della Lombardia, solo trentasei abitanti».

Mario ha frequentato le scuole elementari, «più che altro qua, in montagna eravamo ben lontani: a sette otto anni si lavorava. C’era da dar da mangiare alla mucche, si pulivano le bestie e le stalle, c’erano sempre tre o quattro maiali in famiglia da badare. A quattordici anni eravamo tutti in regola con libretto e iscritti alla mutua. Io sono del 1947, nel 2001 avevo quarant’anni di bollini».

Una vita così, lavoro e ancora lavoro, e tanta poesia inconsapevole ma vissuta da dentro. «Hai la tua stallettina, cinque o sei mucche e due o tre vitelli. Si poteva sopravvivere con quattro o cinque mucche, il tuo latte te lo lavoravi te. Ognuno era casaro. In valle Imagna si faceva il taleggio, più veloce, dieci litri di latte, un cucchiaio di caglio, il giorno dopo lo puoi già mangiare. Noi ci regolavamo su venti litri latte, si tirava giù la panna, da cui il burro. Con l’altro latte si faceva il taleggio: con lo scarto, il siero, si metteva una branca di sale o aceto ed ecco la ricotta. Con lo scarto, di nuovo, si nutrivano i due o tre maiali».

Si è visto cambiare il mondo, dalla gioventù in poi, Locatelli. «Allora si stava in cascina cinque o sei mesi, eri lì, fuori dal mondo. Adesso con la macchina parti da Lodi alle cinque del mattino, alle cinque di sera sei in Sicilia. A quei tempi la gente non andava fuori dalla provincia, si spostava in bicicletta. Ma noi ragazzi ci divertivamo tanto: eravamo tutti amici e ci davamo una mano in tutte le cose. Il maiale non lo si uccideva tutti lo stesso giorno. Ci si metteva d’accordo per aiutarsi, così quando c’era bisogno si poteva contare sull’aiuto degli altri. Noi ragazzi prendevamo su la pasta del salame e la mettevamo sotto le braci nella stagnola. Era sempre una festa. Oggi ce l’hai te, poi l’altro, poi l’altro. C’era molta più armonia».

Afferma, senza perdere il sorriso: «Della mia generazione sono l’ultimo, non c’è più nessuno dopo di me. Il papà era cavaliere di Vittorio Veneto, classe 1896. E i suoi fratelli tutti e quattro nel 15-18 impegnati fra Carso e Adamello. Non sono stati venduti gli animali, per farli trovare a quei ragazzi se fossero tornati dalla guerra. Mio nonno fece un voto alla Madonna: se fossero rimasti vivi avrebbe fatto una cappelletta. C’è ancora, su in casa a Fuipiano, coi sassi di montagna».

I parenti si sono fermati nella media pianura, bassa Bergamasca, a Bariano, lo zio si sposò con una ragazza erede di duecento pertiche di terra. L’altro zio prese in affitto una cascina a Monteguzzo, nel Lodigiano, che poi riuscì a comprare. «Mio papà al tempo aveva i figli piccoli, così andò avanti fino a quarant’anni con la transumanza. Si andava su a primavera e si veniva giù l’autunno, fino al 1968». Prima si fermarono a Isola Caprera, poi l’Incantonatella dal 1978.

Racconta: «Andavo dal farmacista Sabbia, mi serviva la penicillina per gli animali. Non c’erano le officine veterinarie. “Dutur, tre o quater penniciline che gho el vedel malàd”. Siamo entrati in confidenza. Quando venne su Adda, nel 1993, ho portato cinquanta manze in cascina da Sabbia per salvarle». Da quattro uomini, presto si è trovato da solo a gestire l’azienda, lavorando quindi per quattro. Ma Locatelli non si ferma davanti a niente, ricorda il passato e affronta il futuro: «Noi siamo stati gli ultimi a mungere a mano. Nelle aziende agricole dagli anni Sessanta si è cominciato con la meccanizzazione, noi siamo andati avanti qualche anno di più a mano perché le nostre brune hanno il capezzolo grosso, e la macchina non riesce a tirarla bene. Poco per volta abbiamo cambiato gli animali».

Certi ricordi non vanno più via. «Finché non nevicava stavi su. Cavallo, carretto, bidone del latte, cassetta per fare i taleggi e via. Si partiva da Fuipiano, tappa a Sant’Omobono. Tutto a piedi. C’era la stalla per le mucche, una notte stavi tu, l’altro veniva giù il giorno dopo. Si dormiva in stalla sul fieno. Era una cosa normale, anzi, che comodità! Seconda tappa in zona Almè, poi Casirate, nella Bassa, per arrivare al Lodigiano una settimana circa di cammino. Andavi via tu, la sera c’era un altro. Mettevamo le campane alle mucche per non perderle. Anche se la nostra andava da sola a bere al fosso e tornava in stalla al suo posto. La vacca era di famiglia a quei tempi, adesso se vai là e ti vede scappa. La abbracciavi su per riportarla a casa. Come facevi a prenderla se no? C’era contatto con l’animale. Ti conosceva». Cose che forse si potevano anche evitare, in fondo erano gli anni Sessanta, occasioni e tentazioni non mancavano. «L’estate stavamo su con le mucche. Proprio perché è quella cosa che c’hai, maledetto quell’uccello che è nato in cattiva valle, e in cattiva valle vuole morire».

È davvero cambiato tutto, anche nelle prospettive economiche: «Allora il fieno ci serviva per gli animali e il formaggio, con un quintale di latte facevamo dieci chili di taleggio. A nove euro al quintale, oggi, costa più a farlo che a venderlo. L’agricoltura la stanno massacrando». Intorno a lui, oggi, la nuova tangenziale, un po’ di prato, mais, e tre adorate figlie: Sara, Antonella e Marianna.

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