Un’antologia dedicata a Gastone Novelli da Ca’ Pesaro

LA MOSTRA L’esposizione indaga le relazioni tra parola, gesto pittorico, realizzazioni plastico-scultoree di un artista pienamente compreso nel suo tempo

L’antologia dedicata a Gastone Novelli da Ca’ Pesaro, la Galleria d’Arte Moderna di Venezia e racchiusa nelle date della sua breve esistenza, 1925 – 1968, oggi come oggi risulta apparire come l’epifania di un’arte che sembra parlare a un futuro antico, impossibile da riconciliare con il presente. Curata da Elisabetta Barisoni e Paola Bonani con la collaborazione essenziale dell’Archivio Gastone Novelli, la mostra (catalogo Electa / MUVE aperta fino al 1° marzo) indaga a fondo le molteplici relazioni tra parola, gesto pittorico, realizzazioni plastico-scultoree di un artista pienamente compreso nel suo tempo. Riconosciuto immediatamente tra i maestri di quelle stagioni movimentiste e sperimentali che sostanziarono l’Arte italiana nei decenni cinquanta e sessanta ed in tal senso, la produzione degli anni cinquanta, che funge da introibo all’allestimento, già chiarisce la posizione e il ruolo che Novelli rivestirà all’interno del sistema artistico nazionale. Ciò dopo esser tornato in Italia dall’esperienza brasiliana, ove strinse amicizia con un agitatore culturale, poeta, critico d’arte, traduttore e originalissimo sperimentatore di forme, quale fu Emilio Villa. Collage, assemblaggi, un informale applicato a tutto tondo vestono le pareti delle prime sale. In tutto sono circa sessanta le opere esposte; notevole è la relazione che Novelli instaura con la musica Jazz (le ampie tele Thelonious e Dizzy certificano le sue predilezioni), ma è altrettanto esplicita la svolta militante e politica degli anni sessanta con le partecipazioni alle Biennali del ’64 (quella in cui esplose fragorosamente la Pop – Art) e tal proposito la ricostruzione in parte delle opere di Novelli scelte per la manifestazione indicano in apparenza un fuori tempo massimo dalle correnti artistiche mondiali e del’68. Da lì a poco però la reazione contro-movimentista arrivò dall’Arte Povera. Tra le ultime opere-denuncia, leggendario fu il girare un quadro e scrivere sul retro: “La Biennale è fascista”: un ultimo bagliore nella stagione contestataria che Novelli però non vide, né i suoi sviluppi tantomeno gli esiti.

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