Il tragico tra le pieghe della vita e delle opere di Lucio Fontana
LA MOSTRA Le ceramiche nella retrospettiva della Collezione Peggy Guggenheim
Nelle opere di Lucio Fontana il tragico trova più di una residenza. Infatti, tra le pieghe di un’esistenza tormentata come quella dell’artista dei tagli e dei buchi, non poteva che abitare un senso drammatico testimoniato, in un tutt’uno con la vita, dall’andirivieni tra Argentina e Italia. Ma Lucio Fontana non è solo il sublime inventore di un linguaggio nuovo nell’arte italiana e mondiale della seconda metà del XX secolo: padre riconosciuto delle avanguardie seconde, lui stesso movimentista con i manifesti spaziali; è anche un artista che non ha disdegnato il lavoro manuale e prima di immergersi nell’infinito delle “attese” e dei “concetti spaziali” poteva contarsi come uno dei migliori scultori degli anni trenta-quaranta. Peraltro, la pratica di lavorare con le mani non l’ha mai abbandonata e a tal proposito resta ragguardevole la tecnica con cui modellava l’argilla: il rapporto con i laboratori di Albisola è indagato nel catalogo e in mostra. Dunque: ora trova una rivalutazione - e per molti versi è una riscoperta - nella retrospettiva che la Collezione Peggy Guggenheim di Venezia, fino al 2 marzo, gli tributa, a cura di Susanne Hecker, con “Mani-Fattura: le ceramiche di Lucio Fontana”. Notevoli sono, nello svolgimento della mostra, i passaggi di testimoni delle opere. Infatti, seguendo la cronologia della vita dell’artista, tali spostamenti registrano il transito da una figurazione tipicamente legata a “Novecento” (ritratti femminili, animali esotici come coccodrilli e salamandre, arlecchini) con attraversamenti autarchici di magnifica e teatrale fattura (il Torso italico augusteo del 1938) per approdare nel dopoguerra all’astrazione che l’ha reso celebre. Altro fondamentale aspetto è la relazione con il sacro: la lunga teoria di crocifissioni insegue un’idea di arte sacra che ha il suo apice nella “Via Crucis” bianca del 1955, ora visitabile presso il Museo Diocesano “Carlo Maria Martini” di Milano. A completare un percorso tra città, proprio il capoluogo lombardo è teatro di molte opere di Fontana che, a cielo aperto e sguardo all’insù, possono essere osservate in alcune strade e palazzi come i bassorilievi di Via Senato (di fronte all’Archivio di Stato) o i “fregi spaziali” di Via Lanzone (nei pressi della Basilica di Sant’Ambrogio. O ancora in alcune sculture al Cimitero Monumentale o alla Fondazione Prada.
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