Al Franco Parenti si chiude idealmente la trilogia della famiglia creata da Mario Perrotta
TEATRO Lo spettacolo “Dei figli”
Al Teatro Franco Parenti di Milano “Dei figli” chiude idealmente la trilogia sulla famiglia, ideata e interpretata da Mario Perrotta e dalla sua compagnia, con la collaborazione dello psicanalista lacaniano, Massimo Recalcati. In più occasioni e non solo nella citata trilogia, si è detto e ripetuto come il teatro di Perrotta sia un teatro a progetto. Un vero e proprio teatro progettuale che procede coerentemente a blocchi e poco importa se ci capitano sotto Ligabue, Italo Calvino o Domenico Modugno (l’Ubu conquistato per il progetto sonoro certifica la versatilità dell’attore – regista pugliese) e venendo a “Dei figli” il discorso si apre ancora una volta a comportamenti in principio ritenuti inediti, ma che oggi sono lo stereotipo delle famiglie: non più verticali nella catena d’ordine generazionale, ma assottigliatasi fino ad appiattirsi nelle aspirazioni e nei coinvolgimenti emotivi: i desideri di genitori e figli sempre più coincidono. In un appartamento convivono il proprietario, social tutor che fa della sua mascherata diversità al contrario un valore da vendere a donne frustrate e in cerca di emozioni forti piuttosto che di essere comprese nei loro possibili fallimenti, un universitario fuori corso abbagliato dalla possibilità di salvare il mondo dalla catastrofe (portar avanti il progetto “Occupy Polo Nord”), peraltro assecondato da un padre in tutto e per tutto, uno sceneggiatore fallito e impenitente mammone e un’avvocatessa, innamorata di quest’ultimo e in rotta perenne con madre e sorella. Tutti beckettianamente in ostaggio di quelle mura, sempre in procinto di prepararsi ad uscire, ma che in realtà sono proprio i vestiti da indossare e vivere fuori la propria quotidianità il loro “Godot”. Meglio nascondersi dietro le maschere di casa. Di rimpetto ai protagonisti, in video (Paola Roscioli, Alessandro Mor, Arturo Cirillo) , in voce (la stessa Roscioli e Saverio La Ruina) o semplicemente in assenza, proprio quella generazione di padri e madri che non riconoscono più il loro ruolo e credono che conflitto e amore per i figli siano la medesima cosa. L’amaro finale è un apocalittico “Occupy i sentimenti”.
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