Dal “Migliore” a Berlinguer: i novant’anni di Zoppetti, operaio, sindacalista e parlamentare comunista

L’intervista Storico esponente del Pci e sindaco di Lodi Vecchio, domani taglia il traguardo delle 90 primavere

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Francesco Zoppetti è nato a Mairago, a cascina Belvignate, nel 1936. Domenica 4 ottobre compie 90 anni, portati splendidamente. Lo abbiamo incontrato mercoledì mattina in biblioteca a Lodi Vecchio (è arrivato con «il Cittadino» sotto il braccio) e ne è scaturita una videointervista fiume, che Zoppetti - operaio, storico iscritto al Partito comunista italiano, onorevole e sindaco - ha affrontato con un’energia e una capacità di analisi straordinarie. E di questo gliene sono personalmente grato.

Onorevole, iniziamo da un ricordo della sua infanzia...

«Avevo 9 anni, nel frattempo con la famiglia ci eravamo spostati a Tavazzano. Ero sulla via Emilia e passavano i camion dei partigiani e degli americani che andavano a Milano, era il periodo della Liberazione».

Nel 1956 viene assunto da un’azienda emiliana che lavorava al cantiere dell’Autostrada del Sole. Possiamo dire che lei ha fatto l’Italia...

«Quell’impresa aveva il compito di realizzare un tratto di autostrada da Borgo San Giovanni alla Gallinazza, è stata la mia prima avventura».

Intende il suo primo lavoro?

«No. Avevo iniziato a lavorare con mio papà, per quattro anni sono stato in azienda agricola. L’impiego nella società che realizzava l’Autostrada del Sole per me è stato il primo momento di formazione politica perché in quell’impresa c’erano operai che venivano da Bologna, mi hanno fatto aprire gli occhi e la mente sul mio futuro politico».

Poi la fabbrica. Dal 1958 lavora come operaio alla Tecnomasio Brown Boveri di Milano. È stato dirigente sindacale della Fiom Cgil. Com’era la vita in fabbrica? Cosa ricorda degli anni della militanza sindacale?

«Per me è stata una grande esperienza perché la Tecnomasio aveva circa 1800 dipendenti, 1200 erano operai e 600 impiegati, all’interno c’erano una forte organizzazione sindacale e tanti militanti del partito (Partito comunista, ndr) che hanno affrontato periodi duri, perché prima dell’approvazione dello Statuto di Lavoratori nel 1970 nelle fabbriche c’era un controllo poliziesco ed era difficile fare attività sindacale. Ho conosciuto compagni stupendamente bravi, molto leali, impegnati e votati al sacrificio. Tenga presente che dal 1960, da quando mi sono iscritto al Partito comunista, nel giro di quattro anni abbiamo fatto 600 ore di sciopero».

È stato parlamentare del Pci, alla Camera, per quattro legislature, tra il 1972 e il 1987. Che esperienza è stata?

«Quando sono stato eletto a 36 anni ero giovane, ero operaio e non avevo avuto grandi esperienze istituzionali: per me entrare alla Camera è stato uno momento di tensione, anche di difficoltà se vogliamo, perché dovevo apprendere la funzionalità della struttura».

Si respirava il senso dell’istituzione?

«Sì, tanto. In quel momento era molto significativa nel Paese la figura del deputato, aveva un ruolo forte, godeva di rispetto. Ha incominciato ad indebolirsi quando è entrato Marco Pannella: tanto nell’abbigliamento quanto nell’atteggiamento ha rotto con il passato, è stato contestato, è stato multato, ma poi i dirigenti della Camera hanno allentato la presa».

A Roma dove viveva?

(Zoppetti ride) «In casa di pensionati: ero diventato il loro figlio. Erano due anziani che stavano vicino al Palazzaccio (Corte di Cassazione, ndr) in zona Prati, una zona un po’ fascista, e quindi quando si usciva si doveva stare attenti perché in quel periodo c’era molta tensione. Però ho vissuto per 15 anni benissimo, senza i vincoli di chi stava in albergo».

Mi dicono che ogni volta che scendeva a Roma portava borse piene di pratiche per aiutare i pensionati. E che batteva l’intera provincia di Milano, il suo collegio, senza sosta, dai paesi più grossi alle borgate più piccole, senza distinzione. Il legame con il mondo dei pensionati è il segreto del suo successo e della sua popolarità?

«Sì, perché nei primi anni da parlamentare ero entrato nella Commissione lavoro della Camera, che aveva all’ordine del giorno diversi problemi, in particolare quelli relativi alle pensioni, ragion per cui ero aggiornato. In quel periodo il Pci aveva una posizione significativa, voleva arrivare ad un sistema pensionistico unificato, in modo da evitare favoritismi o frazionamenti».

Quanto è stato importante il legame con il suo territorio?

«Il collegamento con la realtà era fondamentale. Mi mancava il respiro se rimanevo distante da Lodi Vecchio, dal Lodigiano, troppo a lungo. Sentivo che il Paese andava e là dentro invece eravamo fermi».

Poco fa, prima dell’intervista, mi diceva che oggi molti politici locali, anche bravi, hanno paura del confronto con il territorio e della critica. È un segno di debolezza?

«Sì. Se lei ricostruisce il passato vede che nel 1975, quando ci sono state le elezioni amministrative che la sinistra aveva vinto in parecchi comuni, erano andate a fare il sindaco persone che venivano dalla fabbrica, da esperienze sindacali e politiche forti e quindi erano in grado di misurarsi con la popolazione. E anche con la critica. Oggi invece tanti amministratori, che pure sono bravi, intelligenti, laureati, non hanno una consapevolezza politica: hanno un senso amministrativo, quello del realizzare, ma faticano a rendersi interpreti delle esigenze nuove che nascono all’interno della comunità».

Il sindaco Furegato, per fare un nome giovane, mi sembra però apprezzato...

«È bravo. Ma dovrebbe parlare più di politica!»

Lei ha conosciuto Enrico Berlinguer, che tipo era?

«Umile e semplice. Quando arrivava in Parlamento, nel transatlantico, tutti ci avvicinavamo per dagli la mano, salutarlo, avere qualche scambio di idee. Consideri che ai tempi i grandi dirigenti venivano in Parlamento solo nei momenti eccezionali, nei momenti forti della lotta politica».

Cosa ricorda del rapimento Moro?

«Il 16 marzo 1978 era in programma la discussione in aula sul nuovo governo. Andreotti aveva il compito di presentare il programma e la proposta dei ministri. Quando arrivò la notizia, attorno alle 9, eravamo in transatlantico, c’erano Berlinguer, Natta, Zaccagnini, c’erano i vari dirigenti della Democrazia cristiana. Si abbracciavano e piangevano, il timore è che stesse cadendo la nostra realtà istituzionale».

È stato il momento più critico della nostra democrazia?

«Sì, quello più preoccupante. Andreotti doveva formare il governo e doveva annunciare se il Pci aderiva o meno. Alla fine ci siamo astenuti».

Le faccio altri due nomi, Nilde Iotti e Giorgio Napolitano...

«Napolitano è stato un uomo illuminato perché ha costruito rapporti all’interno del nostro paese e a livello internazionale: è stato tra i primi a ricevere l’autorizzazione ad andare in America per presentare il Pci. Era classificato fra i miglioristi e mi è sempre piaciuto perché aveva la voglia di innovare ma anche di curare il partito».

Ha vissuto gli anni del terrorismo, che clima si respirava?

«Partiamo dal 1960, uno dei momenti più delicati per il nostro sistema democratico, quando con Tambroni c’è stato il tentativo di inserire i fascisti nel governo: abbiamo assistito a una sollevazione popolare con scioperi nelle fabbriche e morti a Reggio Emilia e Genova. Quella spinta mi ha portato all’iscrizione al Partito comunista. Negli anni Sessanta ci sono stati vari momenti critici, non dimentichiamoci nel ’69 Piazza Fontana. Conservo la fotografia di una grande manifestazione a Roma, il 19 dicembre 1969, nella quale i metalmeccanici hanno dimostrato al presidente della Repubblica Saragat la loro forza e hanno detto che la strage era colpa dei fascisti».

Gli anni Sessanta sono stati anche gli anni delle lotte studentesche...

«Ho avuto diverse possibilità di andare all’Università Statale con Mario Capanna a discutere con gli studenti. Il loro slogan era “Abbattere lo Stato”, noi invece lo volevamo rinnovare, così come era nelle intenzioni di De Gasperi e Togliatti, ma anche di Berlinguer e Moro, i quali volevano approfittare del compromesso storico fra democristiani e comunisti per innovare una struttura statale che era ancora sostanzialmente quella fascista. Perché hanno fatto fuori Moro? Per evitare che lo Stato fosse riformato».

Torniamo a Nilde Iotti...

«È stata una grande donna, leale, corretta, sincera. Ho vissuto con lei il periodo delle leggi civili, il divorzio, l’aborto, lo stato di famiglia, la parità fra uomo e donna. Ricordo anche Tina Anselmi, ministra del Lavoro nella mia seconda legislatura».

Lei non l’ha conosciuto, immagino, ma cosa si diceva nel partito del carisma di Palmiro Togliatti?

«In realtà l’ho conosciuto, all’inaugurazione della federazione milanese del Pci di via Volturno. Prima di quella cerimonia siamo andati alla Geloso dove era in corso una lotta contro la chiusura: la fabbrica era occupata da un mese dalle lavoratrici. Togliatti era un uomo disponibile, molto umile, aveva una grande consapevolezza».

Nel 1985 diventa sindaco di Lodi Vecchio. Un bel cambiamento per un parlamentare...

«Sono stato eletto dopo quindici anni di Parlamento e questo mi ha dato la possibilità di vedere i problemi, anche quelli locali, sotto un’altra ottica. Vale lo stesso discorso per Felissari: chi viene eletto parlamentare acquisisce una capacità e un’esperienza notevoli, non si limita a vedere i problemi spicci della città, ma mette al centro i temi della crescita e dello sviluppo. Guardare avanti è sempre stato il mio intento: non si dimentichi che ho vissuto in questi novant’anni quattro esperienze fondamentali, il passaggio dall’agricoltura all’industria, poi dall’industria ai servizi, poi dai servizi all’intelligenza artificiale. In ogni momento di passaggio, di evoluzione economica o sociale, c’è sempre una fase critica, anche adesso la stiamo vivendo con l’avvento dell’Intelligenza artificiale: però occorre essere fiduciosi e costruire regole, norme e leggi in grado di poter governare questo processo».

Lei ha vissuto un’epoca in cui il Partito comunista italiano era il più forte d’Europa. Cosa c’era alla base di quel successo, solo un’organizzazione o anche persone con grande carisma?

«Persone con grande carisma, che poi hanno saputo reggere una forte organizzazione. Io ho vissuto anche il periodo staliniano, in cui facevamo le manifestazioni a sostegno dell’Unione Sovietica. Mi ricordo quando è morto Stalin, piangevamo tutti... Allora si guardava all’Unione Sovietica per il lavoro, i servizi, la parità. Dopo la morte di Stalin, la situazione ha iniziato a cambiare: un elemento che mi ha aiutato a rendermi conto che era necessario approfondire la situazione è stato il memoriale di Togliatti a Yalta, prima di morire, quando ha messo in evidenza che nell’Unione Sovietica era necessario introdurre i sistemi di democrazia e di pluralità politica».

Come avete vissuto invece l’avvento di Krusciov e l’avvio della destalinizzazione?

«C’è stata una forte discussione nel partito perché c’erano le posizioni di Cossutta, di Secchia, di vari dirigenti ancora molto legati allo stalinismo. E poi c’era la parte di innovazione, di cui Milano era uno dei centri importanti con Cervetti e Quercioli, e c’erano i grandi dirigenti da Natta a Napolitano ad Amendola che avevano capito che era arrivato il momento di procedere sulla strada che aveva indicato Togliatti, quella di un partito che tenesse conto dei forti cambiamenti in atto».

Quali erano i rapporti con i partiti comunisti dei paesi vicini? Penso alla Francia...

«Berlinguer aveva saputo costruire bene i rapporti con Marchais, così come con il partito comunista spagnolo e con i tedeschi, rapporti utili alla costruzione dell’unità europea. All’inizio c’era qualche difficoltà sul riconoscimento della Nato, anche perché la Democrazia cristiana tendeva a rafforzare la relazione con gli Stati Uniti. Poi è arrivata la frase di Berlinguer: sotto l’ombrello della Nato si sta meglio che sotto quello del patto di Varsavia».

Come leggere quanto sta avvenendo in Germania? L’estrema destra di AfD pesca voti soprattutto nella vecchia Repubblica democratica, a Est...

«Sono molto preoccupato. Ci sono stati degli errori nostri, più in generale del Partito socialista europeo, che non ha aiutato la Germania ad affrontare i problemi emersi nell’Est dopo la caduta del muro di Berlino e la riunificazione. A seguito di queste debolezze sta avanzando la destra nazista. Ma la preoccupazione in relazione alla Germania è anche per lo stanziamento di 100 miliardi di euro per gli armamenti».

Lei che posizione ha?

«Sostengo quella di Lorenzo Guerini, che guarda a una difesa comune europea e non al riarmo dei singoli stati. E credo che la presidente della Commissione europea abbia fatto un grosso errore parlando pubblicamente di riarmo e non di sicurezza europea».

Vorrei mi parlasse del suo rapporto con un altro parlamentare lodigiano, Mario Beccaria, democristiano, originario di Sant’Angelo Lodigiano...

«Mi è dispiaciuto molto quando non è stato rieletto. Era un santangiolino doc, avevamo rapporti cordiali e una visuale politica comune sui temi territoriali, penso alla possibilità di portare avanti le iniziative del Consorzio del Lodigiano, di lavorare per il futuro, per la nuova Provincia. Con lui c’era la massima intesa e la massima collaborazione. Con il figlio sono ancora in contatto».

Il Partito comunista italiano pur stando all’opposizione ha inciso molto sulla politica e sulla società, ha alimentato il dibattito e ha prodotto anche cambiamenti significativi. È orgoglioso di aver compiuto una parte di questo percorso?

«Certamente, io sono sempre stato dell’avviso che è il partito lo strumento fondamentale per dare la possibilità di costruire idee politiche. Il partito deve avere la capacità di misurarsi, di aprire, perché per me il confronto è sempre essenziale, in fabbrica, in Comune, in Parlamento. Si parte da un’elaborazione del partito, dai suoi progetti, poi la posizione del compromesso è sempre aperta e la strada l’abbiamo sempre trovata: ho operato con Migliorini (Umberto, ndr) anche alla fine dell’attività del Consorzio nell’impegno per la Provincia di Lodi».

Le piace Elly Schlein?

«È una donna molto impegnata, in movimento, però è debole dal punto di vista della capacità di costruire il futuro. Le mancano idee forti in un momento in cui la situazione è drammatica, perché siamo di fronte ad una crisi profonda del nostro sistema istituzionale, sociale, economico, europeo e internazionale, e avremmo bisogno di una figura più forte alla direzione del partito: non dico Berlinguer, Togliatti o Napolitano, ma certamente uomini di grande portata. Non dimentichiamoci che se spariscono i partiti prevalgono posizioni pericolose, ed è molto preoccupante. E a livello locale, le chiedo, direttore, aiuti a stimolare i partiti a costruire il futuro, a trovare i momenti di incontro. Un tempo comunisti, democristiani e socialisti avevano occasioni di confronto, adesso questo non avviene più: quando capita che Lega, Fratelli d’Italia, Forza Italia e Pd si incontrino? Che discussione c’è? C’è una debolezza notevole e questo è un danno per il territorio».

Onorevole, la ringrazio tanto per questa intervista, è stato un onore.

«Grazie a lei. Veda di sistemarla un po’... Ma ci pensa, un operaio che viene sbattuto dentro al Parlamento! Sa che effetto mi ha fatto? Quello di una forte tensione. Ogni volta che uscivo dalla Camera ero tutto sudato... Avrei tante cose da raccontarle. Sa che una volta con Gianpaolo Colizzi siamo andati a fare un’assemblea alla Motta, quella dei panettoni, che era occupata dai lavoratori, tutte donne, un migliaio, molto agguerrite... Volevamo che diventasse pubblica. Era il periodo del terrorismo e siamo dovuti scappare perché ci avevano minacciato».

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