L’EDITORIALE - Europeista e nazionalista: il “doppio volto” di Angela

La riflessione del direttore del «Cittadino» dopo lo storico voto in Germania

L’ex presidente del Consiglio Giuseppe Conte ha ricordato ieri che, nella fase più difficile del negoziato europeo sui piani di rilancio post pandemia, la posizione di Angela Merkel mutò nell’arco di alcune settimane. Inizialmente la cancelliera appariva poco propensa a garantire grandi investimenti a debito all’Italia (e vista la nostra pessima fama nella gestione dei fondi pubblici come darle torto) limitandosi a offrire lo strumento del Mes. Poi, poco alla volta, virò su un progetto ben più robusto, quel Recovery Fund che oggi Mario Draghi è chiamato a gestire. A spingere affinché il rigido atteggiamento tedesco diventasse più accomodante furono certamente le pressioni italiane e di altri partner europei, ma probabilmente si rivelò assai più incisiva la presa di posizione degli industriali tedeschi che, a fronte della freddezza della Merkel, ricordarono in un documento inviato ai giornali che il Nord Italia rappresenta uno dei principali mercati di sbocco delle merci prodotte in Germania e dunque, se si voleva sostenere e rilanciare la produzione industriale di casa era necessario aiutare l’Italia a recuperare al più presto i livelli economici pre-pandemia. Angela Merkel passerà alla storia come la “madre” del Recovery, uno dei più massicci piani di investimento pubblico dopo il Piano Marshall. Le cose però, almeno inizialmente, non sono andate così.

Rischiò di andare ancora peggio, nel 2011, nel pieno della crisi dei debiti sovrani, quando la stessa cancelliera, di fronte a una Grecia in estrema difficoltà, ricordò che non era obbligatorio per Atene restare nell’Area Euro. Non usò esattamente queste parole, ma l’effetto provocato sui mercati dalle sue parole fu deflagrante e ci volle tutta l’autorevolezza di Mario Draghi («Whatever it takes»: “Salveremo l’Euro a tutti i costi”) per sterilizzare la situazione ed evitare conseguenze ben peggiori. Anche in questo caso, Angela Merkel verrà ricordata come la “donna forte” nell’Europa spazzata dalle crisi economiche: prima dei debiti sovrani ci fu quella legata all’onda lunga di Lehman Brothers. Ma anche questa volta, i fatti non coincidono esattamente con la lettura più in voga.

La gestione del negoziato sul Recovery e ancora prima la crisi greca sono indicativi di un modus operandi, quello di Angela Merkel, che ha sempre guardato prima agli equilibri di casa e poi agli interessi europei. Del resto la storia della cancelliera non è propriamente quella di una donna con solidi valori europeisti, almeno se consideriamo tali quelli di Spinelli, De Gasperi, Schuman, Monnet. Merkel è figlia della Germania Orientale, ha studiato e ha lavorato nella parte comunista del suo paese e pur dimostrando un respiro internazionale non è mai stata l’alfiera di un’Europa solidale, nella quale i paesi più in difficoltà potessero restare agganciati grazie a quelli più virtuosi. Semmai sembra più calzante, nel suo caso, il modello dell’Europa “a due velocità” che, sebbene forse più rispondente alla fredda efficienza teutonica, poco sembra premiare il concetto di solidarietà europea.

La lettura degli storici, tra qualche decennio, potrà forse spiegare come molte delle decisioni prese in ambito europeo e sostenute (o accettate) dalla Germania di Angela Merkel siano state in via preliminare ispirate o “fatte digerire” al popolo tedesco e ai partiti del Bundestag. Questo significa che certamente per il suo popolo Angela Merkel è stata una cancelliera eccellente, non è però certo che lo sia stata nell’interesse dell’Europa unita. E i populismi che a gran fatica stiamo cercando di contrastare sono figli proprio di quella politica miope ed egoista che ha rischiato di affondare la Grecia (che ha le sue colpe, ben inteso) e l’Euro.

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