Dal Medioevo a Trump, la sfida al Papato

HISTORIA A cura di Matteo Simighini

Lodi

Domenica 13 aprile Donald Trump ha definito Leone XIV «troppo debole sul fronte della criminalità e terribile per la politica estera». Il Papa ha risposto ai giornalisti sull’aereo in viaggio verso l’Algeria: «Non ho paura dell’amministrazione Trump né di annunciare apertamente il messaggio del Vangelo». Lo scambio ha sorpreso, specie per i toni usati dal presidente americano. Ma non è certo la prima volta che l’autorità papale viene presa di mira da leader politici antagonisti.

In età medievale, durante la fase più accesa della lotta per le investiture, dalla cancelleria papale di Ildebrando di Soana - poi Gregorio VII - prese forma nel 1075 il Dictatus papae, che sancì la comminazione della scomunica ai contravventori delle norme canoniche sulla nomina dei vescovi.

L’imperatore Enrico IV fu pertanto scomunicato, e in tal modo delegittimato agli occhi dei suoi sudditi. Fu abbandonato altresì dai principi tedeschi e infine costretto a umiliarsi a Canossa, inginocchiandosi nella neve. Ottenne così la revoca della scomunica; poi tornò a fare guerra al Papa. La contesa si chiuse nel 1122 col Concordato di Worms, che concesse maggiori autonomie all’imperatore in area tedesca; ma non in Italia, ove il primato papale fu mantenuto.All’inizio del XIV secolo si verificò lo schiaffo di Anagni: Filippo IV di Francia mandò i suoi emissari contro Bonifacio VIII, che aveva proclamato con la bolla Unam Sanctam la supremazia papale su ogni potere terreno. Il Papa fu aggredito da Sciarra Colonna, appartenente a una famiglia rivale a quella del Pontefice (al secolo, Benedetto Caetani). Bonifacio VIII morì poco dopo. Tre anni più tardi la sede pontificia si trasferì ad Avignone, dove rimase settant’anni sotto il controllo francese - la cosiddetta «cattività avignonese». Lo scisma d’Occidente (1378-1417) che ne derivò determinò un periodo di grave delegittimazione morale della Chiesa e preparò il terreno culturale per le riforme protestanti del secolo successivo.

Dopo il sacco di Roma del 1527, Clemente VII, tenuto in ostaggio dalle truppe dell’imperatore Carlo V, non poté concedere al re inglese Enrico VIII l’annullamento del matrimonio con Caterina d’Aragona, zia materna dell’imperatore. La risposta del sovrano fu lo scisma anglicano: una decisione nata dal calcolo politico e dalla frustrazione personale, che produsse una frattura religiosa che sopravvive tuttoggi: un “cattolicesimo non-romano”.

In età napoleonica, Pio VII, poiché si era rifiutato di ratificare il Concordato, nonché il blocco continentale contro l’Inghilterra, fu deportato dapprima a Savona e poi a Fointenbleau. La prigionia durò cinque anni. La brutalità di Napoleone, però, rafforzò la posizione morale del papato: Pio VII tornò a Roma accolto come martire, e il cattolicesimo ne uscì politicamente rinvigorito.

In età fascista i Patti Lateranensi del 1929 rappresentarono per Mussolini un importante risultato in termini di legittimazione politica. L’accordo sancì la fine della frattura diplomatica tra il Regno d’Italia e la Santa Sede, la cosiddetta “questione romana”. Pio XI tuttavia, dopo aver definito Mussolini «l’uomo della Provvidenza», nel 1931 denunciò la pretesa da parte del regime fascista di monopolizzare l’educazione dei giovani con l’enciclica “Non abbiamo bisogno”. Con il nazismo la rottura fu più netta: nell’enciclica Mit brennender Sorge (”Con viva preoccupazione”) del 1937 - eccezionalmente scritta in tedesco per facilitarne la lettura, e soprattutto la comprensione, all’interno del Reich - Pio XI condannò l’idolatria razziale e statale. Le conseguenze politiche immediate furono limitate; il discredito morale dei regimi che avevano sfidato la Chiesa si rivelò più duraturo.

Il filo è costante: quando un regime politico attacca il papato su questioni di principio - la pace, la giustizia, la dignità umana - tende a perdere terreno nell’opinione pubblica cristiana, anche quando vince sul piano diplomatico o militare.

Alcuni giorni fa l’amministrazione Trump ha tagliato undici milioni di dollari alla Catholic Charities della diocesi di Miami, impegnata nell’assistenza a migranti minorenni e vulnerabili, molti dei quali sono in fuga da Cuba, a causa di una gravissima crisi umanitaria, ulteriormente aggravata dall’embargo statunitense.

Contestualmente l’Arcivescovo Paul Coakley, presidente della Conferenza episcopale americana, ha scritto di essere «rattristato» dalle parole «sprezzanti» verso il Pontefice. Il Vescovo Robert Barron, riferimento dell’area conservatrice, ha chiesto a Trump di scusarsi con Leone XIV. Con le elezioni di metà mandato (midterm) il prossimo novembre, Trump va incontro a un doloroso autogol. Rischia infatti di perdere il favore dei conservatori cattolici che lo avevano preferito ad Harris con un margine record di venti punti. In più, la pronosticata frattura tra evangelici militanti e cattolici moderati potrebbe indebolire strutturalmente il Partito Repubblicano nel lungo periodo.

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