London choir, “vibrazioni dell’anima”

Solo pochi di loro studiano da professionisti; la musica per quasi tutti rimane una passione, un amatissimo esercizio di bellezza e di democrazia, da coltivare tra un esame e l’altro. Le prove? Ogni martedì, per circa tre ore, da settembre a giugno. Poi, a parte qualche concerto, pausa estiva fino all’autunno, quando la ripresa delle lezioni porta con sé anche l’inevitabile turn over tra le file della formazione, tra i vuoti da colmare di chi ha completato il proprio percorso di studi e nuove facce subentrate. L’University of London chamber Choir è solo una delle tante realtà figlie della secolare, attivissima tradizione della capitale inglese, dove la pratica corale accompagna in parallelo la formazione degli studenti sin dai primi anni. Per questo, l’approccio alla musica di questi giovani provenienti dai lembi più disparati del mondo, dall’Europa all’estremo Oriente, appare naturale e quanto mai diretto, talora forse ingenuo nella simpatica informalità ma subito capace di catturare l’attenzione dell’ascoltatore per intensità e profonda adesione. Grazie all’impegno dell’associazione Monsignor Quartieri di Lodi e del Collegium Vocale di Crema, dopo le applaudite compagini della Royal Holloway (2005) e del King’s College (2011), lo scorso venerdì il pubblico giunto in S. Francesco ha potuto aggiungere al medagliere dei suoi ascolti questa ennesima gemma di ispirata artigianalità. Peccato dover sottolineare, ancora una volta, la poco felice contemporaneità, peraltro a soli cinquanta metri di distanza, di un altro evento musicale che una più attenta calendarizzazione avrebbe sicuramente contribuito a valorizzare.

Oltre un’ora di musica a tracciare un ideale sentiero “personale” nel solco della grande letteratura inglese attraverso i secoli, a partire dall’Inghilterra raffinatissima e già ritrosa della corte Stuart, quando musicista di corte era il grande Henry Purcell. Con la sua scrittura severa, senza concessioni alla facile estroversione, si è aperto il sipario; e l’esecuzione dell’accorato Thou knowest Lord, scritto per la cerimonia funebre di Maria II, rivelava già della formazione la cifra distintiva, annidata in un perfetto appoggio di voce in grado di assicurare morbidezza espressiva e plasticità dinamica. La riflessione sulla morte e sul suo mistero dapprima si contrapponeva alle guizzanti trame di Come let’s rejoice di Amner, per poi ritornare, più umbratile e umana che mai, nel trittico di Sanctus, Benedictus e Agnus Dei tratto dalla Messa a 4 voci, composta dal sommo Byrd nei cruciali anni di regno di Enrico VIII. Nelle strette maglie di questo impaginato, l’incarnato della formazione pareva ulteriormente impastarsi e farsi più fragrante, vivo negli accenti del timore come in quelli del miracolo, nei fraseggi minuziosi cesellati dal direttore Colin Durrant con precisione da miniaturista. Ad increspare la perfetta omogeneità di pulsante bellezza, affiorava a sprazzi, magnifico, il caldo timbro di un contralto. E, molto più del successivo Bruckner, forse più delle due pagine conclusive dei contemporanei Harris e Chilcott, torreggiava per impalpabile leggerezza, per quasi immateriale pulsione emotiva, tutto in levare, quasi soffiato come angelico spirito infuso, l’Hymn to the Virgin di Britten. Un volo di nobilissimo fuoco, puro e irrequieto come scaturito dal pennello di Lorenzo Lotto, intimamente teso fino al suo declinare, così lontano per interna articolazione dalle consuete letture a cui siamo abituati. Ascoltandolo, veniva da pensare a quanto la lingua madre, l’alfabeto dei suoni e del cuore, riveli, a chi ne comprenda anche le segrete pieghe, verità che non si imparano e non si dimenticano. «Vibrazioni di un’anima», è stata la definizione che il Padre Emiliano Redaelli, Rettore del Collegio S. Francesco di Lodi, ha scelto per suggellare questa compagine, meno spettacolarmente sinfonica della connazionale ospitata lo scorso anno ma certamente più suggestivamente raccolta e preziosa nella resa. A chiudere il viaggio, un ultimo dono: The long day closes, accattivante pagina di Sullivan per l’esecuzione della quale il coro si è posto a semicerchio, quasi ad avvolgere il pubblico fino a metà navata, regalando un ascolto in stereofonia.

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