L’Italia di Giotto conquista Palazzo Reale

L’Italia di Giotto conquista Palazzo Reale

Poteva bastare anche solo un’opera a fare di Giotto, l’Italia la mostra dell’anno. Il tutto per come una sola opera irradi oltre il suo tempo - e si figuri cosa possono fare più di una dozzina di opere e un pugno di affreschi strappati del grande artista trecentesco - una ragnatela di relazioni sociali umane e artistiche che investono come uno tsunami problemi storici e questioni religiose. Nondimeno non è lasciata in secondo piano la continua sperimentazione su forme d’arte che proprio allora s’andavano liberando dei canoni dell’antichità bizantino-medievale. Giocoforza si sta balzando da una sintesi all’altra, ma si fa propria quella gioia dell’occhio che unita ai difetti della memoria cortocircuita suggestioni momentanee che possono cogliere bellezze in verifiche, forse anche incerte, ma sostanzialmente degne di essere riportate: soggetti, oggetti e piani di visione che intersecano le future prospettive di Piero e i paesaggi brulli leonardesci come alcune soluzione astratte del XX secolo. D’altronde, il Giotto che getta nella più profonda prostrazione il maestro Cimabue ha una sua verità nella leggenda e i versi di Dante, quasi suo coetaneo, non sciolgono dubbi, ma sono uno degli inizi documentali che s’affastelleranno come futuri fili biografici nella vita dell’artista. E sono talmente potenti da proteggerlo e creargli intorno quell’aura che persiste ancora oggi per noi abitanti di un tempo completamente diverso dal suo, per abitudini, gusto e pensiero. Allora, come leggere una mostra come questa che costringe Palazzo Reale a retrodatarsi e a subire quasi la presenza fisica dell’artista che s’aggira nelle sue sale (si sa che vi ha lavorato come l’opera è andata perduta) anche grazie all’allestimento artisticamente “povero” - è bello pensare, oltre l’inevitabile appiglio “francescano”, di scomodare la monumentalità di un Uncini o di un Kounellis, ben sapendo che la lista dei referenti possibili è breve nel ’900 - peraltro progettato da Mario Bellini e ispirato «al solido mestiere del padre di Giotto, un fabbro ferraio»? Qui Giotto sembra che estirpi l’unicità del fatto artistico dalla serialità dell’artigiano, pur di talento, che Benjamin recupererà nel progresso tecnologici degli apparati riproduttivi industrial-culturali. E tale prospettiva rovesciata si sgrassa con la presenza dirimpetto de La grande madre curata da Massimiliano Gioni, inaugurata una settimana fa, che sembra giocare alle migliori contiguità temporali leggendo il saggio d’apertura del catalogo“Giotto XXI secolo redatto da Serena Romano, curatrice con Pietro Petraroia della mostra. La suite giottesca, inedita per Milano, ancor più per la Milano ai tempi di Expo, sembra coronare negli spostamenti di luogo e di data un’idea d’Italia, politica, economica, artistica che sarà di là a venire e sognata da moltissimi: Dante, Petrarca, Machiavelli, Foscolo, Leopardi, Mazzini. Da Firenze, lui «più fiorentino dei fiorentini» come lo riteneva Vasari, ad Assisi (quanto dello sguardo di Giotto c’è nell’espansione nel mondo dell’immagine di San Francesco), Bologna, Padova (la Cappella degli Scrovegni è ancor oggi uno dei luoghi d’arte più visitati del Belpaese) per finire alle corti pontificie avignonesi e romane.

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