È morto a 84 anni Umberto Bossi, fondò la Lega nord e incise sulla politica italiana
Il lutto Da Pontida all’ampolla con l’acqua del Po, passando per l’alleanza con Berlusconi e la lunga malattia
Lodi
Chissà cosa avrà pensato, l’Umberto, federalista delle origini e poi addirittura secessionista, quello dello slogan “Roma ladrona la Lega non perdona”, quando ha appreso che il vice segretario federale della sua creatura era diventato nientemeno che un ex generale dell’esercito italiano, uno che “Roma caput mundi”, altro che ladrona. E chissà se è riuscito a seguire, negli ultimissimi giorni della sua avventura terrena, l’uscita di scena di Vannacci, che dopo aver usato la Lega per approdare all’Europarlamento è sceso dal taxi, tentando la strada in autonomia, senza grandi rimpianti da parte dei leghisti storici, quelli che, forse, sarebbe meglio pensare alle autostrade lombarde piuttosto che al ponte sullo Stretto di Messina.
Umberto Bossi si è spento giovedì 19 marzo a 84 anni nella sua Varese, dopo anni di malattia seguita a un ictus che lo aveva tenuto lontano dalla politica attiva e dal suo figlioccio, quel Carroccio, nato da una idea fulminante alla fine degli anni Ottanta, quella secondo cui, accanto alla questione meridionale, doveva porsi necessariamente una questione settentrionale, capace di unire i rivoli autonomisti che si stavano ingrossando a livello regionale.
Grande fumatore di toscani, grande bevitore di Coca Cola, l’Umberto era solito fare tardi, tardissimo nella sede di via Bellerio, in stanze piene di fumo, così come era capace di percorrere in campagna elettorale centinaia e centinaia di chilometri al giorno, inanellando cinque, sei comizi in meno di ventiquattrore.
Testa fina e canottiera a costine che manco i muratori della Val Seriana, Bossi era il politico abile ad allearsi con Berlusconi per la storica vittoria del 1994 e che mandava tutto all’aria pochi mesi dopo, facendo volare gli stracci, salvo riappacificarsi nuovamente, anche dal punto di vista umano nell’età matura. Era l’uomo di Pontida, del Parlamento del Nord (che per un periodo trovò casa a Sant’Angelo Lodigiano) e dell’ampolla con l’acqua del Po. Ma era anche il politico scaltro che percepiva un reale malcontento e lo cavalcava in chiave elettorale. Populista a suo modo, ma acuto nel comprendere che la fine della Dc lasciava spazio a partiti nuovi capaci di intercettare al Nord il voto della classe lavoratrice e dei piccoli e medi imprenditori che si sentivano lontani anni luce dalla Roma dei palazzi e delle tasse. La parabola dell’Umberto non fu priva di cadute e toccò a Bobo Maroni salire su un palco con in mano la scopa per dire che, dopo lo scandalo dei diamanti, la Lega avrebbe ripulito tutto. Dopo arrivò Salvini e con lui la crescita vorticosa di un partito, divenuto nazionale, con propaggini dal Lazio alla Calabria, pagando però un prezzo salatissimo, quello dell’allontanamento dalle origini. Dal Po. E, sebbene i raduni continuano, dallo spirito di Pontida.
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