Paesaggio culturale che è minacciato oggi su più fronti

Paesaggio culturale che è minacciato oggi su più fronti

Riflessioni sul futuro di Lodi

Gentile Direttore,

essendomi sempre occupata di cultura nella mia vita professionale, ho coltivato il debole per il gioco etimologico, la scienza che investiga la complessa radice delle parole e le storie che esse sottendono.

Così cultura, dal latino cultus (che contiene) e còlere (coltivare) unisce e raccoglie in un unico vocabolo la doppia vocazione di luogo che è sia delimitato che fertile: un luogo di ingegno, mentale e fisico, come è il nostro territorio, fortunato dal punto di vista idrogeologico e ammirevole per le bellezze naturali e storiche che custodisce. Cultura come coltura, come idea di seminare, trattare, curare per poi raccogliere.

In epoca di forti contrasti sociali e divisioni, ritengo che quest’ultima interpretazione sia più maneggiabile da entrambi gli schieramenti, per un fine comune.

Da qui un altro parola, Comune (communem, coobigligato) e moinis o munis (libero da prestazioni), e dunque “obbligato a partecipare”.

Partecipo dunque al dibattito sulla vita di questa comunità, impoverito e soffocato in una dialettica, da un lato onesta, democratica, doverosa, dall’altro inefficace nell’attuare soluzioni, dunque, non colta, ma sterile. E così, se la cultura si esprime da un lato così naturalmente nella nostra città (nella quale ho studiato e abito da nove anni) come il connubio tra le aree verdi e produttive, la campagna, il fiume e l’imponente patrimonio storico, artistico, architettonico e paesaggistico, altrettanto scarse sono le misure di gestione e di progetto condivise e certe nell’agenda Comune, che fanno sì che la comunità ne risenta fortemente.

Se vogliamo utilizzare qualche parola più complessa, Lodi è tutta un “paesaggio culturale” che i cittadini (e le istituzioni) hanno coscienziosamente realizzato e protetto nel corso dei secoli e che oggi si trova minacciato su più fronti.

Cito in maniera sparsa, frammentaria e spero non imprecisa: il declino di un’opera la cui genesi di per sé è specchio della fine, la Cattedrale vegetale (assurda fu l’idea di affidare a un progetto di marketing strategico del territorio ad un’opera postuma di Land Art di tale imponenza a pregio patrimoniale e culturale) è l’ultimo sintomo di una disattenzione profonda ai tesori che quel paesaggio e quella comunità custodisce, nonostante il profondo sostegno civico e privato che ne ha consentito l’edificazione; l’ipotesi di abbattere molti alberi all’Isola Carolina a cui i cittadini hanno posto veto e così la generosa Fondazione Cariplo; il degrado dell’architettura essenziale della bella Ferrabini, vittima della penosa e ingiusta, per noi cittadini, saga giudiziale delle piscine; la chiusura dell’archivio storico comunale con archivisti ancora pagati; la mancanza di iniziative nello spazio della Cavallerizza, così vuoto; il silenzio sul maestoso progetto museale, sulle collezioni ospitate in costosi quanto svilenti depositi; il silenzio sul fatto imprenditoriale di Esselunga di entrare nel Consorzio Agrario, monumento (forse non vincolato, ma di certo espressione ancorché privata di) archeologia industriale; lo scempio delle visite turistiche col carretto. Si potrebbe proseguire.

L’applicazione di norme e affidamenti che esprimono visioni della società superate è un punto sul quale la società civile deve confrontarsi, in spazi pubblici e privati, mettendo le risorse e le menti a disposizione di una piattaforma da offrire all’Amministrazione, attuando quel principio così trascurato della sussidiarietà orizzontale (ossia che le funzioni pubbliche, laddove è possibile e conveniente, devono poter essere svolte in via primaria dagli stessi cittadini, in particolare attraverso le loro formazioni sociali, adeguatamente sostenuti allo scopo dalle Amministrazioni pubbliche), ai fini di costruire progetti sostenibili mirati a tutelare e valorizzare il nostro paesaggio e il nostro patrimonio artistico, che consentano alla comunità lodigiana di esprimersi pienamente e quindi culturalmente.

Io ci sono. Chi ci sta?

Miriam Mosetti

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