Tra San Donato e Rogoredo, oltre il confine della sofferenza
L’inchiesta La più grande piazza di spaccio d’Italia, tra emergenza continua e omissioni delle istituzioni
Lettura 2 min.San Donato Milanese
La prima immagine è quella di un buco nel muro. Da lì si accede alla grande spianata tra San Donato Milanese e Rogoredo, una terra di nessuno, la più grande area di spaccio d’Italia.
L’ultima croce è stata piantata martedì sera. È un 33enne tossicodipendente a cui è stata fatale l’ultima dose. I volontari e i genitori avevano cercato a lungo di strapparlo dalla droga, invano.
Siamo tornati a occuparci del boschetto e dei suoi fantasmi, chiedendoci cosa avviene e come sia possibile che da anni lo Stato abbia abdicato alle proprie responsabilità.
Le conseguenze sono terribili. Centinaia di clienti affollano notte e giorno il confine tra Milano e San Donato. Accanto ai binari, negli anfratti, sotto tende di fortuna.
Le conseguenze sono terribili. San Donato Milanese è ormai preda di una microcriminalità dilagante. Spaccio, furti, rapine, spaccate notturne in negozi con turbini, pietre, barre di ferro, vetri delle auto in frantumi per qualche spicciolo, il costo di una dose. I disperati non risparmiano nemmeno gli oratori.
Le conseguenze sono terribili. Ne sanno qualcosa i pendolari che ogni giorno viaggiano sulla linea tra Lodi e Milano e che utilizzano il metrò. I bivacchi sono la norma, così come chi si buca nei corridoi e nei tunnel delle stazioni. Sotto gli occhi di tutti, l’immagine è cruda, nuda, tragica, ma racconta la realtà.
Con la collega Giulia Cerboni siamo tornati a occuparci di questo inferno che lambisce una delle città più ricche e sviluppate d’Europa.
Sabato 18 luglio «il Cittadino» uscirà in edicola e in edicola digitale con un’inchiesta di quattro pagine, una prima pagina speciale e due articoli di fondo.
Giulia qual è la cosa che più ti ha colpito in questo viaggio nell’inferno?
«La cosa che mi ha colpito di più è stata la chiacchierata di un’ora con Simone Feder. L’unico che raggiunge il boschetto tutte le settimane e mi ha spiegato che cosa accade lì dentro. Mentre parlava mi sono resa conto che è un inferno di degrado, di sofferenza, una deriva umana ben oltre a quanto noi possiamo immaginare. È un mondo di ombre accanto ai centri urbani, dove c’è un popolo che soffre pene inimmaginabili e c’è chi delinque con ripercussioni altissime sui centri urbani più vicini, sui commercianti, sull’economia, sul decoro del territorio».
Il tema è certamente complesso e difficile da affrontare, però è inevitabile coinvolgere anche le istituzioni, soprattutto quelle milanesi. Ti chiedo se secondo il tuo punto di vista ci sono state comunque delle omissioni.
«Il fatto che per anni il caso Rogoredo, troppo scomodo per tutti, sia stato relegato sempre di più, sia stato spinto dentro confini sempre più pericolosi, non sia mai stato affrontato con un tavolo che guardasse la parte sociale, quella urbanistica, che è in un degrado spaventoso, in un’ottica di prospettiva per il futuro, è sicuramente una responsabilità delle istituzioni. Così come è una responsabilità il fatto che quando è stato smantellato il boschetto di via San Arialdo non ci sia stato un piano B, in quanto era immaginabile che lo spaccio in qualche modo si riversasse verso la periferia, attraverso le stazioni, attraverso la fermata dell’M3, attraverso i loro anfratti, attraverso i loro angoli più bui, intorno a questi punti di interscambio che sono strategici per il territorio e oggi sono diventati anche loro dei luoghi di pericolo».
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