Silvano e la memoria del Lodigiano

Silvano e la memoria del Lodigiano

Bescapé ci ha aperto le porte del suo archivio che raccoglie oltre un milione di foto del territorio

Varcare la soglia della bella casa di inizio Novecento, a Livraga, e poi entrare nello studio di Silvano Bescapé è come calarsi nel passato. In un angolo c’è un termosifone di ghisa con una piccola apertura frontale («l’ho recuperato da un ospedale che li dismetteva: i medici mettevano il pranzo in questo scomparto e restava caldo mentre facevano le visite»), dall’altra parte una libreria carica di oggetti. Macchine fotografiche, soprammobili, e quattro dischi in vinile che parlano da soli: La leggenda del Piave, Bartali Maglia Gialla, l’Inno di Mameli e l’Inno di Garibaldi.

Su un muro, una vetrinetta ospita antichi orologi da tasca: «Per un certo periodo li ho collezionati: quando avevo il negozio di fotografo, a chi mi regalava un orologio davo una macchina fotografica. Sono arrivato a quaranta, poi ho smesso» racconta Silvano Bescapé che, messi da parte gli orologi, non ha mai smesso invece di collezionare fotografie. Alla soglia degli ottant’anni, ha ormai raccolto un archivio di oltre un milione di immagini storiche del territorio e non solo, diventando una colonna della memoria nel Lodigiano. I quattro dischi, i suoi orologi, le immagini che tiene appese nel suo studio raccontano già qualcosa di lui: ci sono fotografie di famiglia, da quelle antiche in bianco e nero a quelle moderne dei nipoti, e c’è pure una celebre istantanea del presidente Pertini, con l’immancabile pipa.

Ma non c’è tempo di guardarle troppo, perché Bescapé si mette subito al computer: «Da sette otto anni ho iniziato a scannerizzare le immagini, a digitalizzarle» spiega, iniziando ad aprire cartelle per mostrare una raccolta unica nel suo genere. Quasi tutti i lodigiani lo conoscono, chi per il museo di Cavenago, chi perché si accosta al suo banchetto in piazza Castello, il giorno del mercatino, ma quasi nessuno è entrato nel suo archivio, che racchiude pezzi davvero unici in grado di raccontare per immagini tutto il Novecento. Silvano Bescapé, infatti, ha iniziato la sua raccolta più di quarant’anni fa, e l’ha arricchita ritirando gli archivi di altri fotografi che, nel tempo, hanno chiuso: «Ho ritirato l’archivio di Tronchini, attivo negli anni Trenta e primi Quaranta, poi di Celso, che aveva centinaia di migliaia di fotografie, fino alla raccolta di Lodi 7, il giornale, con immagini anni Ottanta e Novanta» racconta, mentre scorrono sullo schermo i paesi del Lodigiano, vecchie aziende che animavano l’economia del territorio («Ora purtroppo non esistono più»), cartoline («Ne ho più di 35mila, di tutti i tipi»). Riflessa negli occhiali di Silvano Bescapé passa una Lodi sconosciuta ai più, che rimane soltanto nella memoria di qualche anziano: «Questa era la festa dei carri» racconta, mostrando corso Roma addobbato a festa, e la piazza attraversata da carri splendenti in una specie di immenso carnevale, e poi c’è Bartali a cavallo della sua bici, pronto per una gara nel centro città, ad alta velocità sui sampietrini, le parate davanti al teatro Gaffurio, che non esiste più, uno scorcio dell’Adda: soltanto la scuola e il ponte, e nient’altro a tagliare la vista del fiume. A un certo punto, compare la foto di una donna posata, per bene, ma che mi sembra di riconoscere per il lampo di luce dei suoi occhi: «È Ada Negri – conferma Bescapé -, questa è una sua foto che quasi nessuno conosce». Un altro discorso è quello delle foto militari: «Ne ho messe insieme quasi diciottomila, che partono dal Risorgimento e arrivano alla Seconda Guerra Mondiale. Una volta, nel 1980, ho fatto una mostra di foto: alla fine, un uomo mi si è avvicinato: era già anziano allora. Mi ha raccontato di aver partecipato alla campagna di Russia, e di essere uno dei pochi superstiti. Mi ha affidato delle fotografie, perché non voleva che andassero perse. Eccole». Una mi colpisce più di tutte: in primo piano un soldato con un fucile con la baionetta, e davanti a lui tre uomini con le braccia alzate. La posa ricorda il celebre scatto di Capa, ed è incredibile. «Ho anche tante foto del fascismo, ma queste non le espongo quasi mai, altrimenti mi danno del fascista. Io le conservo perché fanno parte della storia di Lodi». Ci sono gerarchi in visita allo stabilimento Polenghi, ad esempio, oppure una riunione del partito nell’aula magna del liceo Verri: è impressionante vedere gli uomini del partito schierati in alta uniforme sulle stesse poltroncine che ora ospitano gli studenti nelle assemblee di istituto. «La storia è passata da questi luoghi, e io cerco di salvare la memoria attraverso le immagini per ricostruire ciò che è stato. Ormai la comunicazione è cambiata, e certe cose non interessano più. Ancora oggi in discarica si trova di tutto: quante cose del nostro passato rischiano di essere perse per sempre, dimenticate».

A un certo punto, Silvano spegne il computer e mi porta in un’altra stanza: «Ecco il vero archivio, qui non ho portato quasi mai nessuno». Dal pavimento al soffitto, due stanze intere, il sottoscala, e poi il piano di sopra: ovunque scatole su scatole piene di fotografie, negativi, lastre fotografiche. Per lo più sono scatole blu di camice prese chissà dove, ognuna con una scritta che descrive il contenuto. “Gennaio 75”, “Negativi Senna Lodigiana”, “Chiese Novasconi”, “Monsignor Peviani”, “Carnevale a Livraga”. C’è di tutto. In una stanza più piccola («Questa era la mia camera oscura, una volta»), una scatola racchiude dei veri e propri cimeli: «Sono i ritratti scattati dai primi fotografi lodigiani, come Cremonesi o Malliani, dell’Ottocento».

È francamente impensabile che qualcuno, eccetto Bescapé, possa orientarsi in tutto questo materiale: «Io non ci sarò per sempre, spero che tutte le storie che ho cercato di salvare possano sopravvivere anche a me, che qualcuno possa raccogliere il testimone e portare avanti questo impegno».


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