Jole, una vita da casellante: «Noi, custodi della sicurezza»

Jole, una vita da casellante: «Noi, custodi della sicurezza»

La 80enne Ogliari, oggi in pensione, ha ”ereditato” il mestiere dai genitori

Il tavolo è ingombro di foto, chissà che a qualcuno un giorno non venga in mente di realizzare una mostra ricostruendo la storia del territorio attraverso i suoi caselli ferroviari e le famiglie che vi lavoravano; da una cartella, la signora Jole Ogliari, 80enne che grazie al proprio brio camuffa benissimo il trascorrere del tempo, continua ad estrarre immagini: c’erano passaggi a livello, come quello di Mairago, che non avevano le classiche sbarre, ma veri e propri cancelli ad altezza d’uomo: «E dovevano stare rigorosamente chiusi con il lucchetto – spiega la signora Jole, stupita della mia meraviglia –: la gente se voleva passare dall’altra parte doveva chiederlo, e di frequente trovava in noi casellanti, custodi della sicurezza altrui, netti rifiuti».

È passato tanto tempo... «Vero. Ma io, ancora oggi, trascorro le mie giornate alla finestra, dove è più facile sentire il passaggio del treno: un rumore per alcuni, un suono per me; se non lo sento, mi agito. Questo territorio ha avuto alcuni caselli importanti: ne ricordo alcuni, uno poco prima di Ossago Lodigiano, due a San Martino in Strada, uno a Lodi nel quartiere San Bernardo, e un altro sotto al ponte noto come K2».Le sue origini non sono lodigiane... «Sono nata a Porto Ceresio, provincia di Varese. Mia madre era bergamasca; mio padre cremasco, lavorava come ferroviere: inizialmente come operaio, dopo fu assunto quale casellante».Come si chiamava?«Giuseppe ed era nato il 13 giugno 1907. Nel 1950, quando aveva 43 anni, fu trasferito a San Martino in Strada. Qui si ambientò benissimo, fece anche l’assessore per il Comune».Lei all’epoca era una bambina, come prese il trasferimento?«Non bene. Ero molto legata alla nonna, e staccarmene mi provocò un profondo dispiacere. E poi il paese di San Martino in Strada era proprio lontano dal casello, non era semplice fare nuove amicizie: qui c’erano solo campi, e dopo i campi… ancora campi. E ciò mi provocava una strana sensazione: di solitudine e al tempo stesso di pace. Mi disorientava e mi piaceva».I casellanti erano una sorta di istituzione nei paesi...«Figure non sempre amate, in verità. Per me il casello era la casa. Ma non so quanta gente ne apprezzasse l’importanza, né la sua funzione. C’erano anzi infinite discussioni: i passanti volevano sempre le sbarre sollevate in alto, erano presi costantemente dalla fretta, ma proprio qui sui binari di San Martino in Strada, ecco, c’era una piccola curva, da Lodi verso Secugnago, il treno arrivava d’improvviso, non lo vedevi prima. Così le discussioni con i viandanti si facevano infinite: molti si spostavano a piedi, altri con il cavallo, e cominciavano le prime macchine: cinque minuti prima che transitasse il treno non davamo il permesso a nessuno di passare».Si trattava di un lavoro faticoso? «Si lavorava in modo permanente: 24 ore al giorno. Papà e mamma si alternavano, con turni di 12 ore ciascuno. Avevano una bandiera rossa ed una verde per regolare la circolazione, cioè fermare e fare ripartire i convogli, e di notte usavano la lanterna. Le principali ragioni per cui un convoglio andava arrestato erano le scintille di fuoco prodotte dalle ruote oppure le porte aperte, fenomeno che accadeva di frequente per i carri del trasporto merci. Gli occhi dovevano osservare sia i treni che i pedoni: l’attenzione era sempre massima...».Com’erano le case dei casellanti?«Molto particolari: non erano piccole, anzi. Però quando passava un treno il fumo dalla stufa veniva cacciato indietro, e la casa era avvolta da una nuvola fuligginosa. Certo, nella casa di San Martino non avevamo neppure la corrente elettrica, e neppure i servizi igienici, Non le dico la figura quando ci vennero a trovare Dario Fo e Franca Rame, e il futuro Nobel per la letteratura ci chiese di andare in bagno, e noi gli indicammo i campi…».Mi scusi?«Con i Fo eravamo vicini di casa ai tempi di Porto Ceresio. Io, andavo ancora alle elementari, ho recitato pure in uno dei suoi primissimi teatrini. Dario Fo era amico di mio padre, che nel tempo libero amava suonare e cantare. Forse aveva fatto il menestrello per Fo, certo è che tra loro era rimasto un legame. Dario Fo fu così colpito dalle nostre abitudini che pensò di volere fare una rappresentazione della vita del casellante. Lui e sua moglie erano persone genuine, alla buona, mi creda».Lei ha cominciato subito a fare la casellante?«In realtà, il mio primo lavoro fu in una pasticceria. Ai miei genitori era stato assegnato il casello di Mairago, così io ero stata costretta a lasciare la scuola, e trovai impiego presso la ditta Maristella, il cui laboratorio si trovava all’altezza della Muzza Piacentina; vi sono rimasta per un biennio, andavo a lavorare alle tre del mattino: una volta una guardia campestre vide il fanale della mia bicicletta e, sapendomi poco più che una bimbetta, pensò di scortarmi; ma io vedevo solo una luce che m’inseguiva e presi paura. Presi a pedalare sempre più velocemente, arrivai in una cascina e gli sbattei il portone in faccia, passando per ingrata! Alla pasticceria mi volevano bene, e quando mi sposai mi regalarono la torta nuziale».E dopo? «Rimasi in casa ad aiutare nelle faccende domestiche, poi una volta compiuti i 18 anni cominciai a lavorare ufficialmente per le Ferrovie. Questo lavoro, infatti, veniva offerto ai figli di quelli che erano già casellanti: ma non tutti accettavano. Io colsi a volo l’occasione».Quali erano i treni che transitavano più di frequente? «C’erano l’accelerato per i pendolari, poi il treno postale, qualche diretto, e poi il treno bis, cioè un convoglio autonomo ed aggiuntivo quando il numero dei viaggiatori era superiore al previsto. Passavano più d cento treni al giorno ed occorreva stare molto attenti. Tutti i treni dovevano essere annotati obbligatoriamente su un registro, io avevo avuto un buon maestro in mio padre, che era scrupolosissimo».Quanto tempo è rimasta a Mairago?«Sino al 1965. Come i treni anche io correvo: mi ero sposata con Faustino Scala, che faceva il mungitore in una cascina di Soltarico, così facevo la spola tra questa corte e il casello ferroviario, sempre in bici, sempre di corsa. Nel frattempo miglioravano le condizioni contrattuali dei casellanti: due giorni alla settimana fu istituita la pausa obbligatoria, poi fu aggiunto l’obbligo di una terza persona nella rotazione. Per fortuna, anche mio marito fu assunto dalle Ferrovie».Vi si adattò facilmente?«Chi aveva lavorato in stalla, non poteva certo temere gli orari dei ferrovieri! Ricordo che sino alle tre del mattino stavo sveglia io, poi cominciava lui. Avevamo quattro figli da crescere, eppure ce l’abbiamo fatta. Rimanemmo al casello sino a luglio del 1978, quando venne chiuso. Da allora mi lascio cullare dal suono dei treni che passano».Signora Jole, qual è stato il valore più bello del Novecento? «Ne indico uno dalla mia visuale di casellante: la trasformazione dei treni, in termini di sicurezza e velocità. Prima c’era solo il Settebello, tratta Bologna – Milano, adesso vi sono mezzi rapidissimi, sei in un posto e già devi scendere che sei giunto a destinazione».

© RIPRODUZIONE RISERVATA