La “leggenda” del Toro Paolino Pulici
al fan club granata di Casalpusterlengo

CALCIO Il ritrovo al “Cochera” di Somaglia con il celebre cannoniere della Serie A nel cinquantesimo di fondazione del gruppo dei tifosi

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Al suo arrivo è tutto un coro di applausi, c’è chi gli mette un braccio al collo facendo partire il nastro dei ricordi, e la signora che quasi “sviene”: «Oddio, mi tremano le gambe...». Lo aveva promesso e domenica Paolino Pulici non ha deluso i fan del Toro Club Casalpusterlengo, che nel cinquantenario dalla fondazione si sono ritrovati al ristorante “Cochera” di Somaglia per un pranzo sociale, il cui protagonista non poteva essere che lui, lo storico attaccante del Torino: 142 reti con la maglia granata e tre volte capocannoniere della serie A. Il volto è da “gladiatore” – asciutto, spigoloso – ma l’aplomb quello di un lord inglese, che da ragazzo però - prima di diventare il fenomeno che tutti conosciamo - ha fatto l’operaio in un mollettificio e sa cosa vuol dire guadagnarsi il pane. Così anche quando si racconta non ha mai l’aria del divo. E non importa se Pelè e Zico gli hanno chiesto di poter fare una foto insieme – loro a lui -, perché per “Puliciclone” (appellativo che gli fu dato da quel geniaccio di Gianni Brera), giocare al pallone è sempre stato e resta «un lavoro». Né più né meno come per chi guida un camion o costruisce un muro: «Ho fatto quello che mi hanno insegnato, fare gol, e se non facevo goal mi dispiaceva».

. Video di Laura Gozzini

Diciamo pure che a quegli insegnamenti Pulici ci ha poi aggiunto l’estro e la lucida follia di chi annusa l’aria e sa (sempre) dove piazzare il pallone. Perché fuoriclasse ci nasci. E aveva già capito tutto il suo primo allenatore della primavera del Torino, Oberdan Ussello, il quale un giorno gli dice: «Tu quando chiudi gli occhi e giochi sei il più forte di tutti». Pulici, sorpreso, domanda: «Perché devo chiudere gli occhi?» E l’altro: «Perché c’è tanta gente che per fare delle giocate particolari prima chiude gli occhi, la pensa e poi la gioca». Una lezione che non gli andrà più via. E approdato in prima squadra, nel giro di un anno è già un campione. «Pupi ti vogliamo bene» grida a un tratto un tifoso a pranzo. E capisci che quell’affetto lì, suo e di tutti i tifosi che lo hanno amato e continuano ad amarlo, non è per i record né per i trofei. Non lo si può spiegare. Ma vedere sì. Negli occhi puliti. Nel sorriso vero. Così, da generazioni, è considerato il “simbolo” granata, come hanno spiegato anche il presidente del Museo del Grande Torino, Domenico Beccaria, e il nipote del portiere Valerio Bacigalupo, presenti domenica alla réunion. C’era anche il sindaco di Casalpusterlengo Elia Delmiglio, che ha annunciato di aver accolto la richiesta del presidente del club, Stefano Guardinceri, per intitolare un’area di via Buozzi al Grande Torino.

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