A Somaglia, sulla strada di Orio, l’incantevole cascina Careggio

A Somaglia, dietro l’uniformità delle nuove costruzioni civili, sul lato sinistro del paese giungendo dalla vecchia strada di Orio Litta, immutabile nel tempo c’è l’incantevole cascina Careggio. Sono ospite della signora Luisa Fiorani, e con lei ritrovo la dinastia dei Caccialanza, che sono stati nei tempi andati, e permangono ancora, veri agricoltori di razza: i vecchi patriarchi di famiglia furono uomini formidabili, capaci di gestire aziende agricole popolate di contadini, ricche di attività, dalla zootecnia alla coltivazione della terra, e dove bastava un niente per mandare tutto a carte quarant’otto, e allora gli unici modi di conduzione erano quelli proverbiali del passato: piglio del comando, autorità, qualche buono attacco di collera verso chi non intendeva adeguarsi agli ordini, e senso molto concreto degli affari. Pur essendo noti per la loro sanguigna irruenza, erano anche persone di grande cuore: ne è esempio che i contadini, a condizione che lavorassero correttamente, rimanevano alle loro dipendenze per tantissimi anni. I vecchi Caccialanza erano padroni all’antica: gente che andava a controllare il lavoro sui campi con il capello di panama in testa e i pantaloni bianchi immacolati di lino, che nel taschino della giacca teneva sempre un coltellino per assaggiare sul posto le primizie dei frutti di stagione, e che comunque conosceva il lavoro alla perfezione, per aver osservato con attenzione ed intelligenza come veniva svolto dai propri uomini.

alla cascina giulia

Fausto Caccialanza, del cui ramo seguiamo in questo caso le vicende, era affittuario alla cascina Giulia. Di questa corte, che oggi non esiste più, e che era quasi attigua alla Careggio, si ricordano ancora epiche vicende; nell’anno di grazia 1531, infatti, vi furono realizzate quattro forme di grana di rilevante peso: kg 163 cadauna. Alla lavorazione volle persino assistere re Carlo V, che ne rimase molto soddisfatto, additando l’agricoltura lodigiana quale lodevole esempio.

Di tutti i Caccialanza, Fausto era forse il più atipico: pur essendo comunque un grande personaggio, appariva mite e taciturno; molto più impulsiva, e dotata di un carattere tosto, era sua moglie: la signora Maria Ferrari, anche lei discendente da una famiglia di agricoltori di Corno Giovine. La coppia aveva avuto cinque figli, due maschi e tre femmine; e come era d’uso a quei tempi si pensava che ambedue i maschi, Enrico e Mario, si affiancassero al genitore per proseguire l’attività agricola.

Invece Mario preferì lavorare nel settore informatico, e divenne un tecnico della gloriosa ditta Olivetti: fu una sorta di antesignano della rivoluzione tecnologica, quando i computer erano ancora mastodontici e le loro funzioni suscitavano incredibili stupori. Enrico, invece, affiancò il padre; e la signora Luisa, testimone di questa pagina, è la sua vedova.

lo scambio

Inizialmente egli mantenne l’affittanza della cascina Giulia, poi si spostò alla corte Careggio, la cui denominazione pare sia legata ad una vegetazione del posto, detta in dialetto lodigiano “caregg”. Il suo trasferimento fu un fatto singolare: in quest’ultima corte infatti vi abitava un suo cugino, Carlo. I due vivevano straordinari rapporti di amicizia ed affetto: si stimavano, si volevano bene, erano sempre in perfetta sintonia. Agli inizi degli anni Settanta, quando i Cavazzi - nobili proprietari delle più belle possessioni di Somaglia - decisero di vendere i propri beni, Carlo Caccialanza si trovò a fare una riflessione: probabilmente la cascina Careggio sarebbe stata più utile al cugino Enrico, che avendo famiglia poteva così allargare gli orizzonti della propria azienda agricola. I due si confrontarono e decisero di realizzare questo scambio: così Carlo si trasferì alla cascina Giulia ed Enrico alla corte Careggio.

Il passaggio non fu traumatico perché tra i due cugini vi era sempre stato un confronto continuo, ed Enrico conosceva bene la sua nuova corte. L’azienda agricola consisteva in una stalla per la produzione del latte, con 140 bovine in mungitura, più quella d’allevamento, e una porcilaia con quattromila maiali all’ingrasso. La terra era coltivata con distese di monocoltura.

Oltre all’impegno agricolo, Enrico aveva altri interessi, e soprattutto sapeva godere delle proprie amicizie; nella sua bellissima casa, allestiva simpatiche tavolate, e se alla moglie non aveva dato il tempo di preparare succulente pietanze, si limitava ad offriva agli ospiti pane e salame: l’importante era trascorrere serenamente quei momenti spensierati. Questo, infatti, Enrico aveva chiesto alla moglie Luisa: di essere un’ottima padrona di casa, e una mamma attenta per i propri figli, rinunciando all’attività di maestra che ella invece pensava di intraprendere.

i figli e gli zii preti

Enrico e Luisa crebbero più figli: Annamaria, Fausto, Valeria ed Isabella; in realtà Valeria è una nipote, figlia di un fratello della signora Luisa, ma rimasta orfana da bambina, fu accolta in casa Caccialanza ed è sempre stata considerata, in modo totale e sincero, come una figlia a tutti gli effetti. Un’altra donna, in casa Caccialanza, è Costanza, figlia di Isabella: la ragazzina ha dodici anni e rivela una fortissima passione per i cavalli, come a volere recuperare una tradizione del passato, visto che in cascina vi erano tantissimi quadrupedi.

La signora Luisa proviene da una famiglia di Guardamiglio: suo padre Pietro con i propri figli maschi aveva fondato la “Guardamiglio carni”, una realtà che vendeva all’ingrosso a molti acquirenti della Bassa. A quel ramo, appartenevano anche due preti, zii della signora Luisa per parte di padre; uno, don Casto Fiorani, nato nel 1917, insignito dal titolo di monsignore, era un prelato con un grande avvenire dietro alle spalle: essendo portato per gli studi, la Curia lo aveva spedito in Vaticano ed era divenuto un allievo di monsignor Montini, futuro Papa Paolo VI; intenzione della chiesa era farne un diplomatico, ma a don Casto quel ruolo non piaceva e chiese insistentemente di tornare a fare quello per cui si sentiva portato: il prete. Fu accontentato e divenne parroco di Codogno. Pur avendo conseguito più lauree, s’era sempre mantenuto una persona semplicissima nei modi: per sè non teneva una lira, e infatti morì poverissimo. Don Casto alla cascina Careggio era di casa: qui, infatti, vi è un bellissimo Oratorio, risalente agli inizi del Settecento, dedicato alla Purificazione della Vergine Maria, e qui vi veniva a celebrare messa, e molti degli arredi interni sono stati da lui stesso donati.

L’altro Fiorani prete, fratello di don Casto, fu don Peppino: anch’egli operò a Codogno, come responsabile dell’oratorio. Di lui si ricorda lo spirito alla don Bosco, sempre vicino ai giovani, e sopratutto la vocazione alla confessione: nelle giaculatorie che assegnava per penitenze non si coglieva mai il senso di una reprimenda, ma la forza e l’amore di Dio.

una maestra sull’aia

Luisa Fiorani, dunque, rinunciò alla sua cattedra di maestra e si ambientò in cascina. Lei si definisce con amabile ironia una pianta rustica: mette radice laddove si trova. Il paese di Guardamiglio le mancò all’inizio, come accade dei luoghi dove si è trascorsa la propria infanzia, poi Somaglia divenne la sua nuova realtà, e in particolare la cascina Careggio: d’altra parte c’era da occuparsi anche di contabilità, mantenere i rapporti con l’organizzazione dell’Unione Agricoltori, accogliere la gente che giungeva in azienda quando il marito era occupato con altre incombenze. Le sembrava di cogliere, in quell’ambiente così suggestivo, l’autentico spirito della civiltà raccontata magistralmente nel film di Olmi l’Albero degli zoccoli; rimaneva, ad esempio, colpita dalla ruvidezza con la quale il fattore Adelmo Pedrini, trattava gli altri contadini: probabilmente un modo per farsi rispettare ed obbedire. Fra gli altri lavoratori si ricorda pure la figura di Dino Bianchi, che per i Caccialanza fu un essenziale punto di riferimento.

Purtroppo, nel 1994, all’età di 54 anni, a causa di un’inguaribile malattia, Enrico Caccialanza morì. Il figlio Fausto, grazie ai preziosi suggerimenti e consigli di Dino Bianchi, prese in mano le sorti della cascina: anche lui, al pari dei suoi avi, è agricoltore di razza. Sin da ragazzino ha amato questo mestiere, e probabilmente oggi, inquadrando la realtà del comparto agricolo generale, rivede le aspirazioni di una volta come amare illusioni.

un agricoltore versatile

Fausto sul lavoro è molto versatile: convenuto che non era più possibile mantenere la stalla con le bovine da latte, a fronte di costi sempre più insostenibili dettati dal rispetto di nome asfissianti e sin troppo rigide, ha riportato i maiali in cascina, dei quali invece il padre s’era voluto liberare per dedicarsi ad altra terra nel frattempo acquistata. La porcilaia, però, è condotta in contratto di soccida con il gruppo Amadori di Modena. Ma la vera rivoluzione è stata compiuta con la realizzazione di un impianto di biogas per la produzione di energia elettrica pulita. Così, funzionale all’impianto, attivo ventiquattro ore al giorno, sui terreni dei Caccialanza si privilegiano oggi mais, triticale, un ibrido tra grano tenero e segale, e altri cereali; anche i liquami della porcilaia sono utilizzati per ottenere biogas. La struttura, realizzata dalla ditta Schmack, si erge a qualche centinaio di metri dal cuore della corte: essa occupa un ampio appezzamento di terra, ma sarà per la struttura a cupola o per la linearità degli edifici, attraverso i quali risalta il colore bianco, non stride con il complesso agricolo. Anzi tra la zona vecchia e quella moderna si realizza una buona armonia. Sono costruzioni che, sempre di più, caratterizzeranno, nel futuro, le nostre cascine. Non va bene essere nostalgici, il mondo agricolo ha svoltato verso questi nuovi orizzonti. Di fronte all’impianto di biogas vi sono i recinti dove sistemare i trinciati: sono lunghissimi, chiusi da pareti in cemento altrettanto alte. Attraversare questa zona suscita una strana sensazione: quella di sentirsi minuscoli, infinitamente piccoli, di fronte a gigantesche proporzioni, rese ancora più ampie dall’assenza di trinciati, per i quali occorrerà attendere la giusta stagione.

L’ultima tappa è ancora all’oratorio della corte: ripenso alla figura di don Casto Fiorani, che poteva essere un diplomatico giramondo dello Stato Pontificio e che preferì andare a fare il parroco a Codogno. Chissà quanto sarebbe piaciuta a Giovannino Guareschi una storia così.

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