Trenta senzatetto dormono in strada
LODI Mediamente in 70 si rivolgono ogni giorno alla media diocesana, ma i posti letto sono 41
Lettura 2 min.L’ultima segnalazione, delle scorse ore, tocca l’Isola Carolina. Lo scatto è immortalato alle 7.30 del mattino: c’è un uomo avvolto in una coperta, steso su una panchina. La segnalazione è del consigliere comunale Invernizzi ed è solo l’ultima di una serie. La settimana scorsa, a tenere banco, è stato il caso che ha toccato il portico tra corso Umberto e piazza Broletto, trasformato in un rifugio di fortuna. Un fenomeno che non ha emergenze, ma numeri stabili. Come hanno spiegato di recente a “il Cittadino” i referenti di Caritas Lodigiana, mediamente sono 70 le persone che mangiano ogni giorno alla mensa diocesana, mentre i dormitori della città mettono a disposizione 41 posti letto. È nota la situazione sotto il ponte della tangenziale di Lodi, dove sono intervenuti, nelle scorse ore, anche i Vigili del Fuoco per recuperare le bombole di gpl ed evitare rischi.
C’è un lavoro costante, «e senza clamore», in campo sul tema della grave marginalità nel capoluogo. A ribadirlo, ieri, in modo congiunto, dopo il dibattito aperto nei giorni scorsi, sono le assessore al Welfare Simonetta Pozzoli e a Sicurezza e Polizia Locale, Manuela Minojetti. «Si è letto che occorre più impegno, più forze e più servizi, che occorre maggiore tempestività e consapevolezza - dicono - : sicuramente il fenomeno ci interpella come amministratori, ma prima ancora come cittadini perché pone temi importanti come quelli della disuguaglianza, della fragilità sociale e dell’emarginazione. Per questo è giusto conoscere tutto ciò che attualmente viene messo in campo sul nostro territorio».
Le assessore spiegano che i livelli essenziali prevedono che, nell’ambito territoriale, sia istituito un centro servizi rivolto alla grave emarginazione che, a Lodi, è collocato presso Casa San Giuseppe in via Battisti. Al lavoro c’è una équipe multidisciplinare composta da un responsabile e un’assistente sociale incaricati dall’Ufficio di Piano, un operatore della cooperativa Eureka e uno della cooperativa Famiglia Nuova, che si occupano di educativa di strada e anche di housing sociale; a questa si aggiunge tutta l’équipe educativa di Caritas. A Lodi poi sono servizi stanziali i due dormitori (uno di Caritas e uno del Comune) e la mensa di Caritas. «La grave marginalità coinvolge, dunque, diversi servizi del territorio che operano in sinergia con i servizi sociali comunali e in costante collaborazione con la Polizia locale e con tutte le Forze dell’Ordine - dicono le assessore - : sono coinvolte competenze e professionalità diverse, impegnate a individuare e proporre soluzioni capaci di offrire aiuto e sollievo a chi vive condizioni di estrema precarietà, oppure di accompagnare percorsi di recupero, riabilitazione e reinserimento sociale».
I servizi che operano in questo ambito, si spiega ancora, «lo fanno con discrezione e continuità, per tutelare le persone più fragili e accompagnarle verso condizioni di maggiore dignità e autonomia. Un lavoro che si svolge senza clamore, perché la riservatezza costituisce una condizione essenziale per proteggere le persone coinvolte e non compromettere i percorsi avviati». Percorsi che «non sono mai brevi, né automatici». Minojetti e Pozzoli spiegano che tra la prima segnalazione e l’avvio di una presa in carico possono trascorrere giorni, anche settimane prima che la persona accetti un aiuto e un accompagnamento». Peraltro, «è noto che non può esservi costrizione nei confronti di una persona adulta, salvo nei casi previsti dalla legge, come la commissione di un reato o una situazione di grave pericolo per la propria salute: in quest’ultimo caso viene richiesto l’intervento dei servizi sanitari, che tuttavia rappresenta spesso una risposta limitata all’emergenza e non risolve, da solo, le cause della marginalità».
Altro tema è quello degli strumenti amministrativi, che come si spiega ancora, «hanno un’efficacia necessariamente circoscritta: la sanzione prevista dal Regolamento di Polizia Urbana, che può comportare un ordine di allontanamento per 48 ore, non elimina infatti la condizione di disagio. Ed è frequente che la persona ritorni nello stesso luogo o si sposti semplicemente in un’altra zona della città per trascorrere la notte». Per tutto questo, dicono ancora Minojetti e Pozzoli, «il richiamo generico al “degrado”, quando si traduce nell’esposizione mediatica di singole vicende personali, rischia di semplificare realtà molto complesse». E «da un lato si espongono persone già particolarmente vulnerabili, dall’altro si finisce per delegittimare il lavoro quotidiano dei servizi e degli operatori che le seguono».
© RIPRODUZIONE RISERVATA