Omicidio Bolzoni: oggi in aula il Ris, i medici legali e gli investigatori
IL GIALLO DI PIAZZA OMEGNA Entra nel vivo il processo in corte d’assise, nessuna ammissione dagli imputati
Lettura 1 min.Oggi in corte d’assise a Milano i primi testimoni per l’omicidio di Roberto Bolzoni, il 60enne di San Fereolo trovato assassinato, con oltre 35 coltellate, la mattina di martedì 18 febbraio dello scorso anno nella Volkswagewn Golf di famiglia parcheggiata in piazza Omegna, a poche centinaia di metri dalla sua abitazione in via Raffaello Sanzio. I vertici del nucleo investigativo del comando provinciale di Lodi illustreranno come erano arrivati, in una settimana, al fermo dei due unici indiziati, Roberto Zuccotti, 51enne di Crespiatica, con un precedente per furto pluriaggravato, che non ha mai risposto agli inquirenti, e il nipote Andrea Gianì, 30 anni, di Lodi, che continua a dirsi innocente. Zuccotti in quel periodo viveva ospite in casa di Gianì, essendo parente di sua madre, e nell’abitazione i carabinieri avevano trovato il Dna del 60enne.
Inoltre i tre, la precedente domenica 16 febbraio poco dopo le 18, erano stati visti uscire assieme dal centro scommesse Snai di via Villani. L’omicidio secondo il pm Martina Parisi era avvenuto attorno alle 21.15 di quella stessa domenica sera all’interno dell’auto in piazza Omegna. Bolzoni dopo la Snai avrebbe riaccompagnato con la sua Golf a casa i due in via Bay, dopo cena si sarebbe dato appuntamento telefonicamente con Zuccotti, sarebbero andati a fare un giro nell’Oltreadda e poco dopo le 21 avrebbero fatto salire sulla Golf anche Gianì, che li attendeva nei pressi di un bar in fondo a via San Fereolo. Quindi il breve tragitto fino a piazza Omegna, l’omicidio d’impeto, seguito dal furto di telefonino, portafogli, una collanina e anelli del 60enne, e Zuccotti che rincasa, esce dopo una mezz’ora, si aggira ancora attorno a piazza Omegna e poi torna nuovamente a casa dopo le 22, per fare le valigie e farsi venire a prendere all’una di notte da un figlio e tornare a Crespiatica. Mentre il Gps acceso sul telefono del 50enne racconta i suoi spostamenti, il ruolo di Gianì appare molto meno definito, le telecamere del quartiere non lo filmano e lui sostiene di aver passato la domenica sera in casa. Il fatto che in un tronco marcio di fronte alla casa dei due fossero stati trovati telefono e portafogli svuotato di Bolzoni è un altro indizio di rilievo.
Oggi tra gli altri anche medici legali e Ris proveranno a chiarire se a uccidere il 60enne siano state una o due persone. Ma la verità processuale è ancora tutta da scrivere e quello che sembra al momento debole è il movente: rapinare un 60enne di fatto disoccupato che è difficile pensare portasse con sé un tesoro? Oppure un litigio finito nel peggiore dei modi, con un coltellino (mai ritrovato) come arma improvvisata e poi il furto di quanto aveva addosso la vittima «perché tanto non gli serve più»? E, ancora, perché nascondere gli oggetti personali di un morto ammazzato a pochi metri da casa propria? Le domande sono ancora tante. Ma non sempre i processi danno tutte le risposte.
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