«Ma vi interessa come stiamo?», viaggio tra i camionisti fantasma VIDEO
In edicola sul «Cittadino» di Lodi: abbiamo incontrato i colleghi del 43enne deceduto a bordo dell’automezzo, tra solitudini, freddo e fatiche
Somaglia
La solitudine del camionista è tutta dietro quelle tendine tirate in cabina, la «cuccia», come la chiamano. Alcuni sono attrezzati con frigorifero pieno e fornelli, altri se la cavano come possono, ma tutti, sempre, sono soli nel loro lavoro dove stanno fuori casa per un giorno o due, a volte per tutta settimana, facendo ritorno per il fine settimana quando va bene. Spesso in posti lontani, come testimoniano le targhe dei camion nel parcheggio del polo logistico della ex Seliport a Somaglia, romene, croate, polacche, insieme a quelle italiane.
Somaglia: parlano i colleghi del camionista di 43 anni trovato senza vita nel parcheggio della logistica Ceva. Video di Alexandru Ploiesteanu
«Perché fate queste domande? Vi interessa come viviamo?», domanda un giovane camionista albanese che parla italiano «mezzo e mezzo», come dice lui stesso, prima di infilarsi le ciabatte e scattare verso la guardiola a fare i documenti.
A portarci all’ex Seliport è stata la tragica morte dell’autotrasportatore Gonzaga Bailao, portoghese di 43 anni, lunedì pomeriggio, nel giorno del suo compleanno, stroncato da un malore in attesa di scaricare la merce. Il grande piazzale del complesso immobiliare Prologis Park di Somaglia a metà mattina è quasi vuoto. C’è un camion con le tendine tirate in cabina, una motrice accesa su un lato, due o tre bisonti silenti e fermi, senza nessuno a bordo.
Leontin, 36 anni, vive vicino a Timisoara, in Romania. È via da casa dal 2 gennaio, è arrivato nel Lodigiano dalla Germania. È sorridente però, parla nella sua lingua anche se l’italiano lo capisce, almeno nel modo in cui lo capiscono quelli che per lavoro sono spesso in giro e si arrangiano un po’ con tutte le lingue. Non sapeva nulla del collega morto il giorno prima, ma «è un lavoro dove hai tanto stress e pressione, e dove sei sempre da solo, gli unici contatti sono al telefono con la famiglia o con gli amici camionisti». Giuseppe, 60 anni, lunedì mattina, era a Genova per una consegna, poi è andato a Massa Carrara, dove ha dormito ed è partito alle 7,30 per arrivare alle 10,30 a Somaglia. Dopo Somaglia, andrà a Milano, e poi forse di nuovo a Genova. «Siamo sempre in cuccia da soli, è una vita che faccio questo lavoro, è così, non ci puoi fare niente», ci dice, poi si volta, chiamato alla guardiola d’ingresso: «Scusate devo andare perché mi chiamano - non riesce nemmeno a finire la chiacchierata -. Siamo sempre di corsa noi». Quasi a fargli eco, o forse avendo capito cosa stesse dicendo Giuseppe, passa di corsa un camionista sceso da un mezzo con targa polacca, si volta verso di noi: «È una vitaccia», dice, prima di fiondarsi anche lui alla guardiola.
Intanto è arrivato Carmine, un simpatico napoletano 40enne. «Sono partito da Roma, mi sono fermato a dormire, poi ho ripreso alle 7 ed ora eccomi qui – racconta -. Torno a casa tutti i week end, per il resto lavoro da solo e sono solo. Ma non è soltanto il fatto di guidare, arrivi, scarichi, ti innervosisci. Per strada ho trovato due incidenti. Questo è un lavoro che puoi fare fino a quando hai la forza, quando sei giovane. Poi a un certo punto alla sera vuoi tornare a casa. Se hai un malore a casa o in ufficio, qualcuno a darti una mano magari c’è. Se ti viene in cabina, non c’è nessuno».
Poi ogni storia è diversa, ogni situazione è diversa. «Io sono fortunato, lavoro per l’intermodale da qualche anno, e quasi ogni sera posso tornare a casa», spiega Luca, 52 anni, genovese che lavora per una ditta di Savona. Era lui dietro le tendine tirate a dormire in cabina quando siamo arrivati. «È stata una giornata storta, sono qui dalle 16 di ieri perché c’è un inghippo con i documenti che stanno risolvendo con la mia società, spero mi facciano entrare almeno nel pomeriggio, così da poter tornare a casa per sera. Ma ho sempre lavorato nei trasporti, in passato mi capitava di andare lontano, strade lente, saliscendi. È una vita pesante, a una certa età non riesci più a farla, sempre lontano, sempre da solo».
Incrociamo un ultimo camionista che sta tornando sul messo per entrare, è arrivato il suo turno: «Abito a Novi Ligure, ma sono romeno, ho sempre fatto questo lavoro, ed è così – dice quasi rassegnato -. Ho 65 anni, ma mi hanno detto che devo lavorare fino a 69». Fa un lungo sorriso, poi sale in cabina, chiude la porta e mette la prima.
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