LODI Medici di famiglia in pensione, rebus per seimila assistiti: “corsa” in farmacia per un dottore

L’addio in pochi mesi di quattro storici professionisti ha creato non pochi problemi soprattutto agli anziani

Allarme medici di famiglia a Lodi. Quattro vanno in pensione nell’arco di pochi mesi. Il dottor Giampaolo Ambrosini ha lasciato alla fine di dicembre, il dottor Emilio Claudio Sangregorio andrà in pensione l’1 aprile, mentre i dottori Angelo Bricchi e Maurizio Mazzoleni andranno in pensione a fine giugno.

Corsa in farmacia per trovare un medico

Proprio in questi ultimi 2 giorni i 1800 pazienti del dottor Sangregorio hanno avuto la notizia ufficiale del suo pensionamento tramite Sms, così è partita la corsa in farmacia per trovare un medico sostitutivo.

«Siamo stati presi d’assalto - commentano i farmacisti -, sono rimasti solo tre medici con qualche posto libero. Gli altri sono tutti occupati. Ci sono quartieri pieni di anziani che sono in difficoltà, dovranno per forza farsi accompagnare da qualcuno con la macchina». Anche i pazienti dei dottori Bricchi e Mazzoleni si stanno portando avanti per cambiare medico e non restare all’ultimo momento senza assistenza. «Io e il sindaco Andrea Furegato - commenta la consigliera comunale con delega alla sanità e alla medicina territoriale Silvana Cesani - abbiamo posto il problema a margine di un’altra riunione con il direttore generale Guido Grignaffini, a fronte di segnali di preoccupazione che abbiamo ricevuto dalle famiglie. Il manager ci ha rassicurati sul fatto che a Lodi città nessuno resterà senza medico. È una questione che ci preoccupa».

«Confidiamo nei due giovani specializzandi»

«Per far fronte al problema - spiega il direttore generale dell’Asst Grignaffini - aumenteremo il massimale dei medici restanti a 2000. La norma consente, infatti, i cosiddetti 200 iscritti a termine, da aggiungere a 1800. Per gli alti due medici che andranno in pensione a Lodi confido, invece, nei due medici giovani che stanno frequentando il corso di medicina generale»

Ambrosini: «La burocrazia ci ammazza»

Secondo il dottor Ambrosini «il problema per i medici di medicina generale non è tanto quello dei numeri. Anche 1800 pazienti - dice il dottore che ha lavorato 40 anni e visitato nell’ambulatorio di via Solferino - si possono assorbire. È la burocrazia che ci ammazza. I miei pazienti si sono distribuiti tra i colleghi che avevano ancora dei posti liberi. Per fortuna sono andato in pensione prima che cambiassero di nuovo la piattaforma per caricare in Adi i pazienti, fare i piani terapeutici, chiedere i presidi e altro. È un disastro, ci vogliono ore, poi arrivi alla fine della procedura e devi ricominciare da capo. Una volta bastava una ricetta rossa».

In tutto questo, continua il medico, «gli assistiti protestano, la gentilezza è sparita, le persone vogliono tutto subito. Per far ricoverare un paziente - dice - bisogna chiedere un consulto al pronto soccorso che magari è già intasato di persone, comprese quelle in codice minore. I posti in ospedale sono passati da 650 a 400 e non c’è mai un letto libero. Spesso poi capita che un paziente faccia gli esami in ospedale, poi si rivolga alla struttura privata che prescrive di nuovo gli stessi esami. Le richieste si moltiplicano e i carichi di lavoro anche. Ripeto, il problema non è il numero, ma la modalità di gestione che è indiretta e burocratizzata» «È vero - conferma il presidente dell’ordine dei medici Massimo Vajani -, molti colleghi sono demotivati dalle infinite incombenze».n

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