LODI Il dottor Di Capua diventa primario a Bergamo VIDEO
Medico del pronto soccorso e del 118 ha vinto il concorso all’Humanitas e si racconta
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Mirko Di Capua, 40 anni, medico del 118 e del Pronto soccorso di Lodi, con una specializzazione in area critica, ha vinto il concorso da primario e dall’1 agosto diventa direttore del pronto soccorso, che è un Dea di primo livello, all’ospedale Humanitas di Bergamo.
«Lei è il medico che mi ha salvato la vita». Video di Cristina Vercellone
«Mi interessa - commenta - sperimentare anche la parte gestionale del pronto soccorso, rimettermi in gioco. Voglio provare a gestire le ambizioni dei colleghi, conciliare le loro volontà nell’ambito dei progetti che io ritengo più opportuni per sviluppare la struttura».
Di capua, è arrivato a Lodi da Napoli, dove è nato e ha studiato, nel 2015, quasi per caso, vincendo il concorso.
«È stata una bellissima sorpresa - spiega -. Qui ho trovato una bella situazione. Stefano Paglia era qua da circa un anno. Era un pronto soccorso ben organizzato con ottime potenzialità. Aveva tutto quello che serve per fare un lavoro come si deve, ecografi in tutte le sale visita, gli spazi visitare i pazienti e colleghi esperti e preparati. Quando sono arrivato io ero alle prime armi e quindi è stato fondamentale avere persone preparate con le quali confrontarsi».
«Sono specializzato in medicina interna»
«Io mi sono specializzato a Napoli in medicina interna. Io voglio fare l’internista nella vita. Nel corso della mia specialità, infatti, mi sono accorto che la medicina interna come la intendo io, viene svolta in un reparto d’emergenza o in Pronto soccorso (Ps).Ho sempre frequentato gli ospedali fin da giovane. Mia mamma lavora in ospedale e mio papà è medico. L’internista,come o vedevo io, era una figura a tutto tondo, che riusciva a farsi carico di tutto, della parte assistenziale, della gestione delle problematiche sociali, delle procedure invasive di cui sono sempre stato amante e delle ecografie».
«La figura di internista che vedevo io da ragazzo si è spostata verso la medicina d’urgenza oggi. L’internista 35 anni fa, invece, faceva i turni in pronto soccorso. L’internista è la figura che mi è rimasta cucita addosso ed è quella che mi piace essere: significa farsi carico del paziente a tutto tondo e gestirlo il più possibile. Poi è ovvio che oggi l’interdisciplinarietà è imprescindibile se vuoi fare un buon lavoro su un paziente. Però per una buona fetta di pazienti riusciamo a cavarcela al 100 per cento senza dover per forza interpellare altri colleghi. I medici che lavorano in medicina interna oggi si sono specializzati. Tendono a essere ultraspecialisti. Chi faceva l’internista 30 anni fa, oggi fa l’epatologo, oppure il diabetologo o il reumatologo. Si perde un po’ la bellezza di gestire un paziente in completa autonomia, in tutte le sfaccettature, dalla diagnosi alla terapia».
«Emergenza urgenza, una passione»
«La passione per la medicina d’urgenza è venuta nell’ultimo anno di specialità, nel Ps di Napoli diretto dal professor Fernando Schiraldi internista votato all’urgenza come me: lui mi ha trasmesso la passione per la medicina d’urgenza. Poi ho fatto 6 mesi di stage da Gian Alfonso Cibinel, medico d’urgenza che ha portato l’ecografia d’urgenza in Italia, l’ha diffusa e ha formato buona fetta dei medici d’urgenza».
« L’esperienza a Lodi è stata quella più importante della mia vita, dove sono cresciuto di più e onestamente devo tutto quanto a Stefano Paglia che ha sempre creduto in me fin dall’inizio. Mi ha permesso di entrare nel mondo della formazione in ecografia e ha consentito che prendessi le mie autonomie sul paziente. Non mi ha mai detto: “No, tu questa cosa non la devi fare, devi arrivare fino a lì e poi lasciare il paziente in mano ad altri specialisti, anzi ha sempre in qualche modo fatto in modo che noi avessimo la nostra autonomia completa. Lo devo ringraziare perché mi ha permesso di crescere, come medico, imparare tantissime cose e fare anche tanti sbagli che sono quelli che servono per imparare più velocemente e anche meglio. L’esperienza è stata assolutamente positiva e molto molto formativa. Nel corso degli anni poi, avendo maturato la mia ambizione di fare il primario e di gestire un pronto soccorso e una medicina d’urgenza, ho cercato di assorbire anche quelli che erano i lati positivi della gestione dell’ospedale di Lodi e del pronto soccorso, nello specifico. Capire quali sono i punti chiave è imprescindibile. Quello che non deve mancare secondo me è la possibilità di mantenere in turno sempre un medico esperto, che possa essere di consulenza per i medici più giovani, per i casi più complessi, per mantenere i medici e i pazienti in sicurezza (gli anglosassoni lo chiamano il consultants). Altrimenti può capitare che pazienti più difficili gestiti da medici meno esperti. Da questo punto di vista ho preso molta ispirazione dal Ps di Lodi».
«All’Humanitas porto la medicina moderna»
«All’Humanitas voglio portare la medicina d’urgenza che viene definita moderna e che permette al medico di gestire il paziente in autonomia, grazie a una formazione continua in medicina d’urgenza, attraverso l’uso dell’ecografo e l’applicazione delle linee guida recenti, per avere un Ps moderno ed efficiente».
«Questo si va a scontrare con le problematiche moderne dei Ps: i ps sovraffollati vicariano liste d’attesa lunghe, vicariano la carenza di posti letto e anche la carenza di medici di base. Purtroppo i pazienti si trovano a non avere più una figura di riferimento e il ps diventa il loro riferimento: è una cosa che non dovrebbe mai succedere, ma succede. Quindi il medico deve essere formato a gestire il paziente più critico, ma anche quello meno critico che in qualche modo necessita di essere preso in carico da un medico che possa risolvergli la problematica di quel momento».
«La medicina attuale è complessa e affascinante»
«Ecco perché la medicina attuale è complessa, ma affascinante, perché devi essere in grado di gestire il paziente più instabile ma quello più stabile. Anche il paziente considerato un codice a bassa intensità richiede e merita unì’assistenza di ottima qualità e questo può arrivare solo da un medico che ha la giusta competenza. Per fare tutto questo è imprescindibile la passione. Se questo lavoro non ti appassiona vieni solo sommerso dal carico di lavoro e non ne vedi il lato bello che è quello di poter fare un’assistenza a tutto tondo ai tuoi pazienti, in piena autonomia,. Questo è quello che più mi affascina di questo lavoro».
Ci sono delle citazioni storiche che spesso i medici d’urgenza ricordano, una è quella del libro di Daniel Pennac “La lunga notte del dottor Galvan”. Quella è abbastanza famosa. Il protagonista dice: “Il medico del pronto soccorso è il medico di tutti i mali”. Oggi con la carenza dei medici di base, ci troviamo a dover gestire ciò che non riesce a gestire il medico di base, quindi si curano tutti»
L’altra frase è che “la medicina d’urgenza sono i 15 minuti più interessanti di ogni altra specialità”. Magari alla fine di un turno di 12 ore arriva un paziente complesso, bisogna gestirlo con la stessa attenzione della prima ora di lavoro. Questo si può fare solo se si hanno la passione e gli automatismi necessari: se per trattare una insufficienza respiratoria o uno shock come vanno trattati bisogna metterci troppa testa si rischia di fare errori. Per la medicina d’urgenza servono passione e tanta formazione, altrimenti non ne esci in piedi, poi non ce la fai più. Un mio amico diceva che bisogna metterci testa, cuore e coraggio quando si fa medicina d’urgenza.
«Anche per gestire i casi meno critici servono formazione ed esperienza»
«Gestire una lussazione di spalla per esempio non è gestire una patologia per la quale il paziente rischia la vita come può essere un infarto, ma il paziente è molto sofferente. Risolvere la lussazione nell’arco di 10 minuti significa togliere dolore al paziente e questo dà molta soddisfazione anche al medico che la fa. Dietro la gestione di una lussazione di spalla c’è una competenza enorme. Un medico inesperto non lo sa fare. Bisogna seguire una procedura, sedare il paziente, metterlo in sicurezza e saper fare la manovra. Non basta tirare un braccio, bisogna saperlo fare. Una problematica apparentemente banale diventa in qualche modo complicata».
«Anche la sutura, per esempio, sembra una problematica di base, ma al paziente interessa non avere una cicatrice deturpata. Saper fare la sutura è importante. Dietro c’è comunque una formazione. È ovvio che un errore in un codice minore è meno grave perché il paziente rischia meno, ma anche chi ha un problema minore vuole una assistenza che sia il migliore possibile e se tu non sei in grado di dargliela non è giusto che gestisca tu quel paziente, anche s è un codice minore».
«Se non sai mettere i drenaggi toracici per esempio,esattamente come lo farebbe un chirurgo toracico, non è giusto che lo faccia tu. Non si può fare a cuore leggero. Anche il paziente con una piccola frattura vuol sapere se guarirà bene, se potrà continuare a fare sport. Bisogna essere in grado di rispondere altrimenti si fa come una volta che il medico di ps smistava i pazienti agli specialisti, ma è inaccettabile e ingestibile oggi: tempi si allungherebbero tantissimo, tra l’altro. Per una lussazione di spalla, invece di 10 o 15 minuti, servirebbe oltre un’ora».
«Questo vale per la vertigine, l’otite, la fibrillazione atriale, non è più accettabile nel mondo moderno delegare. Il medico d’urgenza oggi vuole anche una sua soddisfazione personale. Per smistare i pazienti il medico non serve, basta un infermiere con una buona esperienza».
Quando chiamare lo specialista in Ps
«D’altro canto, non bisogna fare tutto da soli, bisogna sapere quando chiamare i consulenti. Io li chiamo tanto. Alcuni pazienti hanno bisogno di un approccio multidisciplinare, necessita di avere più pareri. Non si deve fare l’one man show perché si dà un’assistenza peggiore. Dobbiamo capire il nostro ambito e quando c’è necessità di confrontrarsi con un medico che ha una espertice diversa».
«Il ps è l’unico reparto dell’ospedale che ha le porte sempre aperte. È frustrante per i medici che ci lavorano, ma visto con la giusta ottica è l’unica specialità che ci dà la possibilità di confrontarci con queste problematiche e quindi mettersi alla prova. Le problematiche a volte sono solo sociali, o psichiatriche, a volte il paziente ha solo bisogno di un medico che lo ascolti. Bisogna avere la giusta empatia, non bisogna lasciare che se ne approfittino, certo, alcuni lo fanno, ma bisogna capire che se un paziente viene in pronto soccorso non è perché gli piace perdere due ore in pronto soccorso, ma è perché sta chiedendo aiuto. L’aiuto può essere anche banalmente sentirsi dire che non si ha nulla di grave e si può andare a casa, a volte il paziente ha solo paura. Abbiamo scelto quest lavoro per assistere le persone. Il medico d’urgenza non è solo quello che vede i casi critici, che intuba e salva la vita ai pazienti. Se lo pensa non ha chiaro il quadro completo della situazione. L’assistenza ai malati a volte è banale, basta ascoltarli, rassicurarli che non è nulla di grave, che può stare tranquillo e tornare a casa. Magari non abbiamo fatto niente, ma è quello che vuole il malato».
In prima linea con gli altri durante la pandemia e si commuove
«Ero di turno a Lodi la mattina del 21 febbraio 2020. Mi sono svegliato per andare a lavorare. Ho letto le notizie come al solito, ho letto della diagnosi di Covid. In quel momento ho pensato: adesso succede un disastro, infatti, già arrivavano i pazienti positivi, gravi, gravissimi, insieme a quelli spaventati che dicevano “ho avuto un po’ di febbre, sono stato con mio cugino che ce l’aveva”. Bisognava gestire entrambe le tipologie di persone. I tamponi erano tutti positivi. Non avevamo nulla, non avevamo né tamponi a sufficienza, né ventilatori a sufficienza. Tutti siamo rimasti segnati e cambiati. Non siamo più gli stessi. Abbiamo visto cose pesanti. Il ps e la rianimazione erano le uniche due zone che i primi giorni dovevano gestire questi pazienti. La situazione è stata tosta, non c’è stata una sola persona che abbia mollato. Nella sua gravità è stata una dimostrazione di grande unione tra noi, a partire dall’oss, al primario che è rimasto lì a vivere. Da un certo punto di vista è stato molto toccante e pesante dal punto di vista emotivo. Ricordo che il giorno dopo mandai i miei bambini giù dai miei genitori. Li sentivo solo al telefono. Non sapevo se li avrei più rivisti. Ho visto ragazzi della mia età essere intubati e finire in rianimazione. Loro sono rimasti lì i primi 20 giorni. Io ero solo a casa ed è stato emotivamente molto forte. Ricordo i parenti che non potevano entrare in Ps. C’era una donna che stava andando molto male, abbastanza giovane. I parenti mi diedero una lettera da leggere a questa donna. “Gliela può leggere lei? - mi dissero -, perché lei è l’ultima persona che la vedrà viva”. Sono cose abbastanza forti che mi commuovono ancora».
In Ps si creano legami forti
«Sono sempre maniacale nella gestione dei presidi, per fortuna non mi sono mai contagiato. Ricordo che appena sono arrivati i vaccini abbiamo visto ridursi drasticamente la gravità dei pazienti»
«Il bello del Ps è che si creano legami forti. Quando si gestisce tutti insieme un paziente grave, si riesce a fare un percorso virtuoso, si sente di avere fatto la cosa più buona con i colleghi. Si fa un lavoro di squadra che è molto bello».
«Lei mi ha salvato la vita»
«Un’altra esperienza bella ha riguardato uno dei pazienti gravi che ho gestito in 118. Era una donna che stava per andare in arresto cardiaco, aveva parametri molto critici, abbiamo somministrato i farmaci, l’abbiamo intubata e portata in pronto soccorso. Quando è stata dimessa è venuta in Obi a ringraziarmi. “Lei mi ha salvato la vita”, mi ha detto. È stata una delle soddisfazioni più grandi perché in tanti anni di lavoro non mi era mai successo che una persona mi ringraziasse così».
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