L’Italia uscita dalla barbarie fascista scelse il proprio destino con il voto

2 giugno 1946 Ottant’anni fa il referendum che sancì la nascita della Repubblica e la fine della monarchia

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Lodi

Il 2 giugno 1946 quasi venticinque milioni di cittadini - tra cui, per la prima volta, le donne - si recarono alle urne per rispondere a una domanda senza precedenti: monarchia o repubblica? Non era una consultazione ordinaria. Era, nella sua essenza, un atto di rifondazione collettiva dopo vent’anni di dittatura, una guerra perduta e la vergogna delle leggi razziali.

Il peso di una scelta

L’Italia che si avvicinava al voto era un paese in macerie, fisiche e morali. La monarchia sabauda aveva avallato il fascismo nel 1922, siglato le leggi razziali nel 1938, abbandonato Roma l’8 settembre 1943 con una fuga precipitosa verso Brindisi. Vittorio Emanuele III, conscio del discredito che gravava sul suo nome, aveva tentato un’ultima mossa: abdicare in favore del figlio Umberto il 9 maggio 1946, sperando di staccare la Corona dalla propria ombra. Fu un calcolo sbagliato. Umberto II regnò appena trentaquattro giorni - da qui il soprannome “Re di maggio” - prima che gli italiani pronunciassero il loro verdetto.

Le donne al voto: una rivoluzione silenziosa

Il 2 giugno 1946 non fu solo un referendum istituzionale: fu anche il battesimo elettorale di dodici milioni di italiane. Il decreto luogotenenziale del 1° febbraio 1945 aveva esteso il suffragio alle donne, ponendo fine a una esclusione plurisecolare. Per molte di esse, specie nelle aree rurali e del Sud, recarsi al seggio fu un atto di coraggio civile, compiuto spesso contro la riluttanza familiare o sotto l’influenza della Chiesa, che guardava all’ipotesi repubblicana con diffidenza.

La questione storiografica su come votarono le donne è rimasta a lungo aperta. Ricerche successive - tra cui quelle condotte dalla sociologa Chiara Saraceno e i lavori raccolti nel volume “La donna nella storia d’Italia” - suggeriscono che una quota significativa dell’elettorato femminile si orientò verso la monarchia, percepita come più vicina ai valori tradizionali e religiosi. Eppure i numeri complessivi parlano chiaro: la repubblica ottenne 12,7 milioni di voti contro i 10,7 della monarchia, e si impose con il 54,3 per cento dei consensi. Anche ipotizzando una preferenza monarchica femminile, è indubbio che molte votarono in favore della repubblica, contribuendo a quella maggioranza che scrisse la storia.

La sorte del Re di maggio

Il 18 giugno 1946, la Corte di Cassazione proclamò ufficialmente la vittoria della Repubblica. Umberto II, rifiutandosi di attendere la convalida definitiva del voto, lasciò l’Italia per non farvi più ritorno. Si stabilì a Cascais, in Portogallo, dove trascorse decenni in un esilio dignitoso e malinconico. Morì nel 1983 senza aver mai rivisto la sua patria: la XIII disposizione transitoria della Costituzione vietava l’ingresso in Italia ai discendenti maschi di Casa Savoia, norma abrogata solo nel 2002.

Le prime istituzioni repubblicane

Lo stesso 2 giugno gli italiani elessero anche l’Assemblea Costituente, incaricata di redigere la nuova Carta fondamentale. Il 28 giugno 1946 Enrico De Nicola fu eletto Capo provvisorio dello Stato. La Costituzione repubblicana, elaborata in sedici mesi di intenso dibattito tra anime politiche profondamente diverse - cattolici, comunisti, socialisti, liberali - entrò in vigore il 1° gennaio 1948.

Lo storico Pietro Scoppola l’ha definita «il frutto più maturo dell’antifascismo», un patto tra culture che la guerra aveva unito nella Resistenza.

Il 2 giugno, ogni anno, si celebra la Festa della Repubblica: non la ricorrenza di una vittoria di parte, ma il ricordo del giorno in cui il popolo italiano, uscito dalla barbarie del ventennio fascista, decise liberamente il proprio destino.

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