Youssef Siher: «Condannare le idee che non condividiamo, difendere le garanzie di tutti»

L’opinione di Lorenzo Maggi

Lettura 2 min.

Tra me e Youssef Siher, politicamente, c’è un abisso. Ed è proprio per questo che ritengo importante intervenire sul suo caso. Io sto dalla parte di Israele. Senza ambiguità. Difendo il suo diritto a esistere, a garantire la sicurezza dei propri cittadini e a proteggersi dal terrorismo. Considero il 7 ottobre 2023 una delle più terribili manifestazioni dell’antisemitismo contemporaneo. Youssef Siher è invece un militante filopalestinese radicale, un «pro-Pal» duro e puro, le cui posizioni sulla questione mediorientale sono agli antipodi delle mie. Non condivido la sua impostazione politica, i toni della sua mobilitazione e quella retorica della contrapposizione radicale che troppo spesso finisce per rappresentare le istituzioni democratiche non come luoghi del confronto, ma come nemici da combattere. Insomma, se dovessi scegliere qualcuno con cui condividere una battaglia politica, certamente non sceglierei Youssef Siher.Condanno inoltre fermamente e senza alcuna esitazione le violenze che hanno segnato le manifestazioni milanesi del 17 e 18 ottobre. Aggredire le forze dell’ordine, distruggere beni pubblici e privati, trasformare le strade in un teatro di guerriglia urbana non significa esercitare la libertà di manifestazione. Significa commettere reati, dei quali i responsabili devono rispondere personalmente. Ma proprio perché sono liberale, ritengo indispensabile distinguere tre cose: ciò che è politicamente discutibile, ciò che è moralmente condannabile e ciò che costituisce un reato. Non tutto ciò che disapproviamo deve essere vietato. Non tutto ciò che giudichiamo irresponsabile può essere perseguito penalmente. E non tutto ciò che viene espresso con parole esasperate costituisce automaticamente un’istigazione alla violenza.

© RIPRODUZIONE RISERVATA