UFFICI PUBBLICI Quando la lingua diventa una barriera invisibile
La lettera di Giuseppe Capitanio
La cittadinanza non è fatta solo di leggi, diritti e doveri. È fatta anche di parole. Di moduli da compilare, di comunicazioni da comprendere, di richieste da formulare. E qui si apre una questione poco discussa ma decisiva: tutti i cittadini sono davvero nelle stesse condizioni linguistiche per esercitare i propri diritti?
Spesso diamo per scontato che la lingua sia uno strumento neutro. In realtà non lo è. L’italiano standard, quello della scuola, degli uffici pubblici, dei regolamenti, non è soltanto un mezzo di comunicazione: è anche un criterio implicito di riconoscimento. Chi lo padroneggia con sicurezza si muove con maggiore agio negli spazi istituzionali. Chi invece ha un rapporto più fragile con la lingua formale può sentirsi inadeguato, esitante, fuori posto.
Nel nostro Paese l’unificazione linguistica è relativamente recente. Per generazioni intere l’italiano è stato una seconda lingua, appresa a scuola mentre in casa si parlava dialetto. Questa storia pesa ancora oggi. L’insicurezza linguistica non è un difetto individuale: è il risultato di una distribuzione diseguale delle opportunità educative.
Quando una persona fatica a comprendere una comunicazione amministrativa o si sente giudicata per un errore grammaticale, non è solo una questione di forma. La lingua diventa un confine. Un piccolo scarto, una concordanza sbagliata, un’espressione dialettale può trasformarsi in un marchio sociale. In modo quasi impercettibile, si passa dal giudizio sulla frase al giudizio sulla persona.
Negli uffici pubblici, nei servizi sociali, nelle scuole, il linguaggio è spesso tecnico, complesso, pieno di termini specialistici. Non c’è malafede in questo: è il risultato di abitudini consolidate. Ma l’effetto può essere quello di creare distanza. Il cittadino che non comprende fino in fondo un testo o una procedura tende a chiedere meno, a esporsi meno, talvolta a rinunciare.
La disuguaglianza linguistica diventa così disuguaglianza civica. Il diritto resta scritto, ma la sua “esercitabilità” cambia da persona a persona.
In una realtà come quella lodigiana, dove convivono generazioni diverse, storie familiari radicate nel territorio e nuove presenze migratorie, il tema è ancora più attuale. La lingua è uno spazio di incontro, ma può diventare anche uno spazio di esclusione se non viene pensata come responsabilità condivisa.
Non si tratta di abbassare il livello o di rinunciare alla correttezza. Si tratta di rendere la comunicazione pubblica più chiara, più accessibile, più attenta alle differenze. Semplificare un testo amministrativo non significa impoverirlo, ma renderlo più democratico. Spiegare con parole comprensibili una procedura non significa banalizzarla, ma aprirla.
La vera inclusione non passa solo attraverso grandi riforme. Passa anche attraverso il modo in cui un Comune scrive un avviso, un ufficio risponde a una richiesta, un operatore accoglie una persona allo sportello. La lingua può umiliare oppure riconoscere. Può far sentire fuori posto oppure legittimare come interlocutore.
Giuseppe Capitanio
Valera Fratta
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