«Aumenta il “bio” nei supermercati ma la strada da fare è ancora tanta»

Lettura 2 min.

Il supermercato, oltre a regalarci lo stress da superaffollamento nel fine settimana, può rivelarsi una fonte d’ispirazione preziosa. Una visita non frettolosa nel “regno del cibo” può riservare piacevoli sorprese e insegnare molte cose, più delle fredde statistiche. Sull’aumento esponenziale delle corsie riservate agli amici a quattro zampe, ove abbondano cibi sofisticati, vestiario, giocattoli e accessori vari, ci eravamo già soffermati tempo fa, evidenziando un confronto impietoso con lo spazio dedicato ai prodotti per neonati e prima infanzia. Conseguenza “logica” di una diminuzione drastica delle nascite, anche nella nostra provincia. Così pure, in un successivo commento, avevamo denunciato la pressoché impossibilità di trovare un “melone” nel periodo estivo che profumasse di stagionalità e con un sapore degno di tale nome. In questi ultimi giorni una sorpresa ci ha accolto nell’abituale supermercato. Con piacere abbiamo constatato che la zona riservata a frutta e verdura Bio si è ampliata di molto, aumentando anche la varietà e tipologia dei prodotti esposti, come cipolle dorate, porri, finocchi, pomodori e melanzane, senza dimenticare asparagi, timo, rosmarino, aglio secco, valeriana, rucola e spinacino. Evidentemente, qualcosa sta cambiando nei gusti dei consumatori e anche i supermercati si stanno adeguando di conseguenza, anche se, a dir il vero, permangono esposti nei banchi attigui peperoni che sembrano meloni e porri lunghi e grossi come tronchi d’albero. Comunque, l’ampiamento della zona Bio rappresenta una vera manna per chi, come il sottoscritto, grazie esclusivamente alla moglie, esclusiva regina della cucina, si è da qualche tempo convertito alla bontà e salubrità di una dieta “quasi vegetariana” che contempla anche consumo di carne, uova e pesce in giuste dosi. Una filosofia alimentare confortata da libri come “La nuova cucina vegetariana”, “La dieta antinfiammatoria” e “La dieta della longevità”. Con l’aggiunta de “La schisetta Vegan” che si è qualche volta rivelata utile per veloci pranzi gustosi e sfiziosi picnic con figlie e nipoti. È noto che l’agricoltura biologica è in aumento nel nostro Paese interessando già oltre il 20% della superficie agricola nazionale (dati Eurostat), con Lombardia ed Emilia Romagna (tanto per limitarci alle zone vicine) rappresentative di due modelli diversi ma complementari di eccellenza agricola in questo settore. Mentre la Lombardia, con una superficie bio inferiore alla media nazionale (solo 5-7% della SAU), si distingue soprattutto per gli allevamenti biologici e il settore lattiero-caseario, l’Emilia Romagna, con una superficie SAU che raggiunge il 18%, ospita oltre l’11% di aziende agricole che hanno già abbracciato la conversione al bio. Complessivamente, il nostro Paese in questo settore ha registrato una forte crescita negli ultimi anni, sia in termini di superfici coltivate che di mercato, consolidandosi come uno dei leader a livello europeo.

Perfino il Lodigiano, area a fortissima vocazione agricola intensiva, sta conoscendo una graduale integrazione del metodo biologico, soprattutto nelle colture foraggere e cereali a supporto della filiera zootecnica (latte e carne) biologica, sebbene i numeri siano ancora contenuti rispetto alle altre province lombarde come Pavia o Mantova. Insomma, tutto sembrerebbe propendere verso una maggiore consapevolezza e sensibilità da parte di molte imprese agricole che, sempre più numerose, abbandonano l’agricoltura convenzionale per aderire a un modello produttivo biologico senza dipendere dall’agrochimica. Conforta sapere che dalla parte della sostenibilità ci sono già molti consumatori che sono disposti anche a pagare qualcosa in più pur di consumare prodotti più sani e sostenibili. Anche se qui si tocca un nervo scoperto perché, purtroppo, molti sono ancora “costretti” a scegliere il minor prezzo a scapito della qualità per la perdita del potere d’acquisto causato dalla svalutazione. Se a tutto ciò si aggiungono gli ostacoli burocratici (certificazioni, controlli, vincoli normativi) ed economici (periodo di transizione con resa inferiore nei primi anni, costo maggiore della manodopera) che rallentano l’espansione di queste colture biologiche, resta da dire che ancora molta strada resta da fare in questo importante settore.

È qui che le politiche nazionali ed europee di sostegno dovrebbero indirizzarsi maggiormente, compensando i maggiori costi che gli agricoltori devono sobbarcarsi per abbandonare in via definitiva i metodi convenzionali, favorendo così un cambio di mentalità per vedere la terra non più come una “fabbrica” da sfruttare ma come un ecosistema vivente da nutrire e salvaguardare. Sembra andare in questa direzione, seppur in un diverso contesto, la recente protesta degli agricoltori (anche lodigiani) che hanno partecipato al presidio del Brennero per tutelare il proprio lavoro minacciato da incomprensibili regole doganali che favoriscono prodotti non coltivati in Italia.

© RIPRODUZIONE RISERVATA