Non facciamo di Michela Murgia una moderna eroina
L’editoriale del direttore de «il Cittadino» Lorenzo Rinaldi
Lodi
La figura e l’esperienza terrena di Michela Murgia, di cui tanto si è discusso in questi giorni, può essere analizzata su due piani, certamente distinti ma che, per amor di verità, non possono essere tenuti separati.
Il primo è relativo alla morte, al modo di affrontare l’ultimo passo della vita terrena da parte della scrittrice sarda. Michela Murgia non ha nascosto nulla e ha reso pubblico il decorso della malattia, quasi fosse una testimonianza personale e civile. Possiamo dire che in una società sempre più secolarizzata, che sta pavidamente rinnegando la morte - quasi nascondendola come un fastidio - è stato un messaggio potente.
La scrittrice si è spesa a lungo per un modello di società basata sulla volontà personale, una società che mette al centro l’ “io”, sopra tutto e tutti. Una società che vede l’uomo arbitro di sè stesso
Ma Michela Murgia non è - e non è stata - solamente “l’ultimo periodo della sua vita”, bensì una personalità molto più complessa, che insieme alla sua attività letteraria ha portato avanti “battaglie civili” assai divisive. Una divisività di cui lei stessa era certamente consapevole. E questo è il secondo piano di analisi.
La scrittrice si è spesa a lungo per un modello di società basata sulla volontà personale, una società che mette al centro l’ “io”, sopra tutto e tutti. Una società che vede l’uomo arbitro di sè stesso. Pensiamo al concetto di indifferenza di genere (Michela Murgia è stata una delle paladine della controversa schwa, la “e” capovolta), alla famiglia queer, al sostegno per le campagne a favore dell’eutanasia e della maternità surrogata, in merito alla quale scriveva della diversità - a suo dire - tra maternità e procreazione. Così diceva nel 2016: «Non è quindi tollerabile oggi in un discorso serio sentir definire “maternità” il processo fisico della semplice gravidanza».
Trasformare oggi Michela Murgia in una paladina dei diritti, in una personalità scomoda, in una “ribelle” - come stanno facendo molti media - mi pare un’operazione assai azzardata, perché i concetti sopra descritti sembrano ormai di largo dominio nell’opinione pubblica - e in parte della politica - e chi sostiene il contrario pare quasi in minoranza, forse perché ha meno voce o perché quel che dice viene etichettato come noioso e retrogrado.
Non facciamola diventare un’eroina moderna, ma parliamone come di una brava scrittrice che in vita si è battuta per le proprie idee, che restano idee di parte
Se vogliamo essere obiettivi - e probabilmente Michela Murgia lo avrebbe gradito più di una certa enfasi alla “santificazione laica” - non possiamo dividere i due piani della riflessione e raccontare la scrittrice sarda solo per l’ultima parte della sua vita: dobbiamo dire le cose come stanno e prendere in esame i modelli per i quali si è spesa. E dunque non facciamola diventare un’eroina moderna, ma parliamone come di una brava scrittrice che in vita si è battuta per le proprie idee, che restano idee di parte non condivise da tutta la società. Credo sia il modo migliore, franco e onesto per ricordarla.
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