La fine del Fanfulla: dov’è più la gran gente bassaiola?

Il commento di Andrea Maietti

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Lunedì 13 Luglio. Condivido un caffè con Antonio Signoroni, ormai canadese da sessant’anni (a Toronto è stato apprezzato giudice del lavoro per mezzo secolo). A Lodi torna spesso per irresistibile richiamo delle radici. «El gh’è amò el Fanfula ?», mi chiede. Caro Antonio, la mia osteria della Dossenina pare destinata a chiudere per sempre. Quanto al Fanfulla, ne seguo le amare vicende sul «Cittadino», dove ne scrive con onestà, coraggio e un filo di amaro il giovane Fabio Ravera. Proprio stamattina ha chiuso così il suo pezzo: “Quando una squadra perde il proprio stadio, il legame con il territorio, il rapporto con i tifosi e il vivaio, rischia di sopravvivere soltanto sul piano giuridico, non più sul fronte identitario. Il Fanfulla non è crollato all’improvviso. Le battaglie legali, l’assenza di una progettualità credibile e la mancanza di una visione hanno progressivamente eroso il patrimonio. A nulla sono serviti gli appelli, i tentativi di mediazione dell’amministrazione comunale e le proteste della tifoseria. Il Guerriero si è spento poco alla volta, avviandosi verso quella che oggi appare, purtroppo, come una fine annunciata”.

Torno a casa e riapro il libello del centenario del Fanfulla (1908- 2008), “Il secolo del Guerriero”, stilato da Aldo Papagni e dal suo vecchio prof. Rileggo il contributo di Gianni Brera, il più grande scrittore italiano di sport e campionissimo della lombardidad: “Fanfulla da Lodi può anche non esser vissuto - scrive - ma il Fanfulla di Lodi lo ha fatto idealmente vivere. Lo ha messo in arcione e lanciato contro la desolata miseria di quegli anni. Come la gran gente bassaiola ha la sua degna capitale a Lodi, così il Fanfulla ne è il suo eroe eponimo”. Altrove lo stesso Brera ha messo Lodi nella triade (con Pavia e Milano) delle città cuore di Lombardia. E adesso mi prende uno scoramento infinito e un sotterraneo senso di colpa collettiva. Dov’è più la gran gente bassaiola? A parte le più dirette responsabilità, io mi sento un poco arrossire di vergogna.

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