Van Dyck, il genio fiammingo protagonista a Genova

LA MOSTRA La recensione a cura di Fabio Francione

Genova

C’è qualcosa di straordinario nella breve vita di Anton Van Dyck. In poco più di 40 anni divenne tra i pittori fiamminghi il più celebre e errabondo, ma ben idolatrato. Allievo e amico di Rubens, l’altro grande artista fiammingo, Van Dyck eccelse nella ritrattistica d’epoca e la lunga teoria di ritratti che sommerge l’importante mostra, oggi a Palazzo Ducale di Genova e visitabile fino al 19 luglio (catalogo Allemandi, cura di Anna Orlando e Katlijne Van der Stighelen), dà la misura non solo dell’innovazione che aveva apportato al genere, somma di influenze e assorbimenti culturali, ma anche degli spostamenti geografici che l’avevano portato a lasciare Anversa (dov’era nato nel 1599, morirà a Londra nel 1641) e con ritorni anche a Brussels, per trascorrere molto tempo in Italia – soprattutto Genova per i rapporti di committenza che intrattenne con la nobiltà e i mercanti della città marinara e lo studio della grande pittura rinascimentale a Venezia, Firenze; ebbe sempre un occhio di riguardo per l’arte di Tiziano, e giri a Mantova, Roma, ove non rimase impressionato dal classicismo delle rovine dell’Urbe, e persino in Sicilia dove incontrò una quasi centenaria Sofonisba Anguissola – e poi Londra, ove divenne il pittore ufficiale di corte e trovò moglie. Da qui il bel centrato titolo di “Van Dyck l’europeo” che segna la mostra anche per la gran mole di prestiti, arrivati da grandi musei e collezioni private. Un nucleo notevole appartiene ai musei di Genova come il “Cristo spirante” e un po’ tutti i soggetti a tema religioso; tra questi spiccano “Le nozze mistiche di Santa Caterina” e “L’arresto di Gesù”, che paiono il controcanto realistico o tutt’al più verosimile nello scavalcare le minime virtù pre-glamour della vita di corte e delle sue molteplici e dovute riconoscibilità di classe.

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