Telekommando

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Nell’ultima rubrica l’aver evocato lo spezzatino di repliche che affollano i palinsesti soprattutto della Rai, ma nemmeno le tv commerciali ci vanno giù piatte e la quasi concomitanza della scomparsa di Francesco Guccini consente un piccolo esperimento che riguarda proprio le apparizioni televisive del cantautore di Pavana e di “Via Paolo Fabbri 43”. Aiuta nella selezione la sempre benemerita Raiplay, anche se con youtube si può recuperare l’intervista di due anni concessa a Fabio Fazio sul Nove, ma già nel ’19, Guccini era stato ospite a Che tempo che fa, però su altra rete. Dunque medesimo programma, stesso conduttore, canali diversi. Magie della tv nazionale. Sull’imminenza del cordoglio suscitato sempre su youtube da segnalare gli interventi di Luca Bizzarri e Andrea Scanzi. Se poi ci si vuol spostare su un concerto del 1982, ripreso integralmente dalla RTSI svizzera, forse si recupera lo spirito originario delle sue canzoni. L’epoca era ancora quella giusta, anche se il post-cantautorato cominciava a incrociare generi e sottogeneri del pop. La prendo alla larga, il discorso andrebbe approfondito. Dunque, in successione ecco il blob gucciniano da RaiPlay: in “Cantare la città” (1982), Guccini in poco meno di 10’ racconta come mai altre volte cosa sono i suoi brani (poi si ascolti il concerto di cui sopra); nel 2020 un’intera puntata di “La mia passione” è dedicata a lui; Vincenzo Mollica nel 1987 in soli 3’ lo intervista; in uno speciale di fine anno di “Timeline”, 2024, Guccini riflette sulle guerre, Elon Musk e... Jovanotti; in una puntata del 2019 di “Provincia capitale” viene recuperato un raro filmato con Guccini giovane che si traveste da Giulio Cesare Croce, scrittore popolare del ‘500 (qui siamo dalle parti di Piero Camporesi, per chi sa, è assolutamente da vedere); tirando l’elastico dell’amarcord si precipita al 1967 e in “Diamoci del tu”, Guccini canta “Auschwitz” (c’è anche la Caselli cui prestò una canzone, qui però conduce con Gaber); per finire ancora il passato con la rievocazione da parte dei Nomadi dei 50 anni di “Dio è morto”. Ah, quanto si sbagliavano. Ma, le interpretazioni sono molte e lasciamo lì dove si sono sedimentate. Infine, mi si permetta un “selfie” con il protagonista di questa panoramica. Ho avuto la fortuna di incontrare e intervistare due volte Guccini, a Bologna nell’ “Osteria delle Dame” e al Teatro Franco Parenti di Milano. Tutte e due le volte in occasioni per lui e i fan speciali. Lo ricordo stanco, ci vedeva poco, ma era di una gentilezza rara e di un eloquio raffinatissimo. Eppure, da ragazzo non ascoltavo i suoi dischi, mi interessavano poco i cantautori, li trovavo verbosi, ero per nulla interessato a cosa dicevano. La mia realtà era un’altra, più rock, più jazz, più versata all’esplorazione della storia della musica. 50 anni dopo le cose si sono rovesciate e le parole fanno parte più della musica del mio mestiere. (F. Fr.)

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