TEATRO Un “compleanno” senza scampo: Pinter e l’assurdo del nostro mondo

Il testo dell’autore premio Nobel portato in scena da Peter Stein sul palco delle Vigne a Lodi

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Quando a Carlo Emilio Gadda venne rimproverato di avere uno stile troppo barocco, lo scrittore rispose che barocco era il mondo, e lui non aveva fatto altro che rappresentarlo fedelmente. Lo stesso si potrebbe dire per Harold Pinter: non è il suo teatro ad essere assurdo, l’assurdo è nella realtà che Pinter rappresenta. Forse è per questo che i suoi drammi hanno un effetto così perturbante: lo spettatore avverte un’inquietudine, un senso di minaccia che non trova mai una soluzione rassicurante.

È’ successo così anche per “Il compleanno”, il dramma di Pinter in scena alle Vigne martedì sera, con un’ottima compagnia di attori e la regia del maestro Peter Stein. Ma qualche spettatore non è riuscito neanche ad aspettare la fine e ha lasciato la sala dopo il primo atto, e i molti rimasti hanno aspettato ad applaudire alla fine di tutto; una fine, però, che non ha proposto nessuno scioglimento alla tensione. Il primo elemento destabilizzante nella regia discreta e geniale di Peter Stein è l’ambientazione: un salotto, anzi un tinello anni Cinquanta, con un tavolo e quattro sedie, che si apre sul fondo su una cucina e sulla porta di ingresso che affaccia sull’esterno. Un ambiente di una quotidianità così dimessa e banale da orientare le aspettative del pubblico verso uno sviluppo realistico e tutt’altro che sorprendente. Anche le figure dei due proprietari della pensioncina sul mare dove alloggia un unico ospite sono personaggi ordinari, mediocri, lui un po’ insulso, lei una svampita che ragiona per luoghi comuni e solido buon senso popolare: al personaggio di Meg Maddalena Crippa ha prestato molto opportunamente una spolverata di anima brianzola. Si parla della colazione, delle notizie sul giornale, in un crescendo di banalità interrotto dall’arrivo di due strani personaggi e dall’organizzazione di una festa di compleanno per il giovane ospite. È qui che fa irruzione l’assurdo, che produrrà lo scatenarsi insensato e incomprensibile di una violenza psicologica e anche fisica che non lascia scampo.

I sei attori costruiscono un implacabile meccanismo di gioco al massacro, in cui anche i dettagli contribuiscono a creare disagio: per esempio, se la porta di entrata della casa è quella sul fondo, da cui entrano tutti i personaggi, dove conduce invece l’uscita verso il nero delle quinte da cui tutti i personaggi se ne vanno? È da lì che se ne va alla fine anche Stanley, abbandonati i suoi vestiti sgargianti, vestito ora come i suoi aguzzini, farfugliando con aria ebete, come lobotomizzato, mentre Petey gli grida “Non lasciare che ti dicano cosa devi fare!” Certo che noi, spettatori, ci sentiamo mancare la terra sotto i piedi. Ma qualche volta è necessario.n

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