Matisse, il mondo in una stanza
LA MOSTRA Al Mudec di Milano
Lettura 1 min.Molte nubi s’addensano su una mostra come “Matisse. Il mondo in una stanza”. Niente paura, sono nuvole filosofiche quelle che attraversano quest’importante esposizione, curata come il catalogo, edito 24 Ore Cultura, da Ellen McBreen e Chiara Gatti al Mudec di Milano( fino al 21 febbraio 2027), e si diradano e ritornano nel momento in cui la visione delle opere e dei manufatti esotici ritrovano la prospettiva matissiana di leggerli come “esperienza e non rappresentazione della realtà”. Dunque, “Matisse. Il mondo in una stanza” è figlia di altre mostre, come le stesse McBreen e Gatti dichiarano nel loro innesco curatoriale al catalogo, Una finestra nel mondo: scritto di servizio che spiega le ragioni e le scelte operate nell’allestimento della mostra. Ciò non è assolutamente disgiunto né dalla presa di coscienza del contesto storico e artistico (nonché sociale, notevole la disamina neo e postcoloniale) del tempo di Matisse né nella messa a disposizione fattuale di oggetti anche prelevati dalla collezione del Mudec. Qui si fa strada ancora una volta l’importanza (che non va dimenticata in un momento topico e di trasformazione) del museo milanese e della sua capacità, per l’appunto attraverso le sue collezioni provenienti da tutto il mondo, di farsi portatore di agganci contemporanei con il canone artistico occidentale e le cosiddette culture altre. Inoltre, il corredo fotografico consente un’ulteriore lettura del periodo e della biografia del grande pittore francese, del suo modo di lavorare e dipingere oggetti e soggetti per lo più femminili; ma è oltremodo interessante osservare le une accanto alle altre le sculture di Matisse e quelle anonime africane. Come non sono da meno i manufatti nordafricani, specialmente marocchini e persiani. E spostando lo sguardo ancor più a Oriente (qui vi è una delle chiavi della mostra: comprendere cos’era l’occidentalizzazione dell’Oriente per gli europei del XIX e inizio XX secolo) bellissima è l’insegna cinese regalatagli dalla moglie. In questo viaggio (in apparenza) “sedentario” – così l’artista rispondendo al curiosissimo intervistatore Pierre Courthion giustificava i suoi spostamenti e il suo lungo peregrinare fino all’Oceania, in un giro del mondo, arrivato fino ai suoi confini e teso alla ricerca di una grammatica totale del fare arte. ( Fabio Francione )
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