Mario Raciti, che cosa resta dell’immagine quando l’immagine comincia a scomparire?
LA MOSTRA L’antologica curata da Luca Pietro Nicoletti a Palazzo Reale
Lettura 1 min.Milano, per una volta, non ha bisogno di guardarsi allo specchio. Le basta entrare a Palazzo Reale e attraversare le sale dove Mario Raciti ha disseminato, in oltre settant’anni di pittura, le tracce di una domanda che non pretende risposta: che cosa resta dell’immagine quando l’immagine comincia a scomparire? È questa, forse, la domanda più semplice per avvicinarsi a “Mario Raciti. Opere 1952-2025”, la grande antologica curata da Luca Pietro Nicoletti, aperta fino al prossimo 20 settembre. Oltre cento opere ricostruiscono il percorso di un artista milanese appartato e insieme centralissimo, difficilmente sistemabile nelle caselle della storia dell’arte italiana. Nonché ulteriore tassello di quella ricognizione che a Palazzo reale stanno compiendo sul Novecento milanese in pittura e scultura. Raciti è uno di quegli artisti che sembrano aver passato la vita a sottrarsi alle fotografie di gruppo. Sembra già andare oltre il Post-informale ed è un’etichetta piuttosto stretta. Perché nei suoi quadri l’informale non è mai soltanto materia, gesto, superficie. Dunque, un classico. Al contrario, è piuttosto il punto di partenza di un primo affondo all’interno di bolla dove figura e astrazione smettono di essere nemiche e diventano qualcosa di diverso, sovrapponendosi come ombre. Laureato in giurisprudenza, Raciti esercita l’avvocatura prima di darsi all’arte e alla pittura. Come nota il curatore: è una deviazione apparentemente inspiegabile e invece perfettamente coerente all’enigmaticità dei contenuti delle sue opere. I cui titoli dagli “spiritelli” degli anni ‘50 si arriva alle Presenze-assenze; e ancora le Mitologie, le Facezie, Why, I fiori del profondo, Una o due figure, fino alle Fonti e ai Misteri. E quanto ciò dovette piacere a Buzzati, uno che di misteri e enigmi si compiaceva.(F.Fr.)
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