Il Sudan in guerra e i quadri religiosi in un dialogo di umanità

Festival della Fotografia etica Giles Clarcke alla chiesa del Carmine

Il dolore del mondo si riflette tra le navate dell’antica chiesa della Beata Vergine Maria del Carmine.

Per la prima volta, grazie alla collaborazione con la Diocesi, lo spazio religioso di via Paolo Gorini, da lungo tempo inutilizzato, entra nel circuito del Festival della Fotografia etica, ospitando “Sudan, un Paese sotto assedio”, reportage del britannico Giles Clarke, tra i più autorevoli fotogiornalisti internazionali e vincitore lo scorso anno del Master Award a Lodi, nell’ambito del Festival della Fotografia etica.

Quindici fotografie di grande formato e di grande impatto visivo raccontano la sofferenza della popolazione, dialogando con le opere religiose. Il conflitto civile sudanese è esploso nell’aprile 2023 tra l’esercito sudanesae e le Rapid Support Forces. Dopo la ritirata delle milizie dalla capitale nel marzo 2025, la capitale Khartoum è rimasta devastata: decine di migliaia di morti, quartieri abbandonati, ospedali e scuole distrutti. Ma sono stati cancellati anche archivi civili, registri di nascite e matrimoni, titoli di proprietà, musei, biblioteche e chiese cattoliche. «Clarke ha trascorso diversi mesi in Sudan per dare voce alla popolazione che paga sempre il prezzo più alto delle guerre. Il suo è un reportage necessario», ha spiegato Laura Covelli, curatrice delle mostre.

Clarke ha raccontato la complessità della guerra: «Il Sudan è il terzo produttore di oro dell’Africa. Una grande quantità viene spedita illegalmente negli Emirati Arabi Uniti, che in cambio pagano con denaro e armi. Non è solo una lotta tra generali, è anche una lotta per le risorse». E aggiunge: «Il grande Nilo attraversa il Sudan, dividendosi in tre rami. Per millenni questa terra è stata tra le più fertili dell’Africa. Ancora oggi è un obiettivo strategico per le potenze straniere».

Tra gennaio e febbraio 2025 Clarke ha percorso le zone del conflitto documentando sfollati e rovine: «Sono entrato con le Nazioni Unite e poi con un team di medici. Forse non se ne parla perché sono l’unico giornalista straniero ad aver trascorso otto settimane sul campo dall’inizio della guerra». Le immagini restituiscono la brutalità del conflitto, mostrando la lenta scomparsa di identità, memoria e giustizia. Le fotografie instaurano un dialogo diretto con la spiritualità delle opere religiose, trasformando lo spazio in un’esperienza di testimonianza universale. «Non voglio diventare troppo politico - conclude il fotogiornalista Giles Clarke -, ma bisogna capire le radici di questa guerra: non riguarda solo il potere, riguarda vite, risorse, cultura».

La sofferenza sacra e quella civile si intrecciano, rendendo ogni visitatore partecipe di una tragedia che appartiene a tutta l’umanità.

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