Francigena, via dell’umano

L’INTERVISTA Thomas Frank, professore di Storia medievale, racconta la dimensione del viaggio nei secoli

In occasione del convegno “La Via Francigena nel Lodigiano. Una strada che unisce il passato e il futuro” in programma sabato 11 ottobre alle 9.30 presso la sala consiliare di Orio Litta, in piazza Aldo Moro, parla Thomas Frank, professore associato di Storia medievale all’Università degli Studi di Pavia, che affronterà il tema dell’”Homo viator” sotto il profilo della “Mobilità religiosa nel medioevo e oltre”.

La dimensione del «viaggio» come ricerca dentro e fuori di sé è uno dei grandi archetipi dell’«uomo», per usare i due termini che fanno da pendant alla definizione di «homo viator». Che forma assume sulla via Francigena?

«Sulla Via Francigena – come sulle altre strade terrestri e fluviali che attraversavano i paesaggi medievali sia in Italia sia altrove – non passavano soltanto pellegrini, ma anche, e senz’altro in numero maggiore, viaggiatori di ogni tipo. Certo, chi viaggiava come pellegrino o pellegrina era stimolato da motivazioni particolarmente complesse, sia convinzioni interiori sia attrazioni esterne. I santuari distanti o vicini, da visitare in gruppo o da soli, promettevano meriti religiosi e vantaggi spirituali che per noi, oggi, sono difficili da ricostruire con l’empatia che occorrerebbe. Per i pellegrinaggi a lunga distanza, comunque, non dev’essere sottovalutato il fattore della curiosità e dell’avventura, della voglia di vedere del nuovo. Questo significa anche che l’alienazione dell’uomo (e della donna) viator dal suo contesto famigliare era connessa con un’esperienza dello spazio che a noi risulta duro immaginare: viaggi senza carte geografiche né GPS, con un’immagine molto vaga di quel che c’era di là dal villaggio o dalla città che si conosceva, rischi notevoli per la sicurezza, dipendenza dagli aiuti delle persone che si incontravano lungo la strada. Pochi conoscevano guide o itinerari scritti, che però non davano mai informazioni sufficienti per orientarsi con certezza. L’homo viator premoderno doveva sentirsi spesso perso e aveva bisogno della disponibilità degli abitanti e delle strutture di accoglienza della strada».

Dai primi pellegrinaggi in Terra Santa nel IV secolo dopo Cristo, per arrivare fino ai giorni nostri, la sensazione è di assistere a una desacralizzazione del viaggio, per cui la scalata dell’Everest diventa anch’essa un pacchetto turistico. Già i pellegrini medievali mutano il rapporto con il sacro insito nella viandanza, in favore di un approccio più antropologico che religioso. È così?

«Per la tarda antichità, il medioevo e l’epoca moderna non si può parlare di una desacralizzazione generale dei pellegrinaggi. È vero che il numero dei santuari importanti, rispetto al medioevo, e la percentuale della popolazione che ne è attratta, oggi sembrano decresciuti. È vero anche che nelle regioni protestanti il pellegrinaggio non è più considerato un’opera religiosa meritevole e di conseguenza è stato abolito già nel XVI secolo (con l’eccezione della Terrasanta, come meta giustificata dalla Bibbia). Ma già in epoca premoderna l’esperienza del muoversi in gruppi misti ai santuari locali e l’aspetto avventuroso di un pellegrinaggio a lunga distanza erano motivazioni importanti – anche ad esempio per una donna come l’inglese Margery Kempe che nel 1414 andò a Gerusalemme e sulla galea snervava tutti per i suoi frequenti singhiozzi causati, dice lei, dalle emozioni religiose. Certo, non esisteva un turismo di massa secolarizzato come lo conosciamo noi, perfino all’Everest. Ma per l’epoca premoderna, ante ‘800 per intenderci, parlerei piuttosto di congiunture: congiunture politico-religiose (le riforme protestanti, la situazione politica in Oriente), ma anche congiunture dei singoli santuari: alcuni attirano a lungo, come Roma (ma meno da quando metà Europa non ci credeva più), altri hanno i loro tempi e a volte perdono velocemente il pubblico che attirano inizialmente, ma solo per pochi anni».

Sotto la spinta delle indulgenze papali, dall’anno mille il pellegrinaggio raggiunge una diffusione mai vista prima e Gerusalemme non è più la sola meta privilegiata ma le fanno concorrenza Santiago de Compostela, Canterbury e Roma, naturalmente. In questa mappa, la Città Eterna e la via Francigena che posto occupano?

«Roma continuava a occupare un posto di prima importanza tra i grandi pellegrinaggi cristiani. E’ difficile quantificare i visitatori, ma ci sono molti indizi: sappiamo che a Roma funzionavano tantissimi alberghi, molto di più che in altre città anche più popolate di Roma. I giubilei romani (dal 1300 ogni 50, poi 25 anni) erano un successo europeo e questo anche nel periodo del grande scisma attorno al 1400, con la rivalità di una seconda Curia papale ad Avignone. Le importazioni di viveri in città raddoppiavano negli anni di giubileo, come fanno vedere i registri della dogana romana. Per il ‘400 la prova migliore per l’attrattività di Roma è la marea di guide, manoscritte e poi stampate, tradotte in varie lingue, che spiegano ai pellegrini le chiese di Roma e le loro indulgenze.

“Non ho mai tanto pensato, tanto vissuto, mai sono esistito e con tanta fedeltà a me stesso, quanto in quei viaggi che ho computo da solo e a piedi” scrive Rousseau nelle “Confessioni”, mentre Nietzsche ammonisce: “Non credere a nulla che non ti sia venuto in mente camminando”. Nel periodo oggetto dei suoi studi, quali sono gli scritti e gli autori di riferimento e quali le riflessioni sul legame pensiero-vita-cammino, che ci consegnano?

«Esiste un’intera biblioteca di resoconti di viaggio, scritti dagli stessi viaggiatori (anche se a volte attingono ampiamente a opere altrui). In epoca moderna, incontriamo viaggiatori di tutti i generi, ad esempio il “Viaggio in Italia” di Michel de Montaigne (attorno al 1580). Nel medioevo, si tratta soprattutto di pellegrini, per lo più uomini, tranne pochi testi di autrici come Margery Kempe menzionata prima. Il mio autore favorito è il chierico milanese Pietro Casola, che andò in Terrasanta nel 1494. Era un uomo già ultrasessantenne, e il suo viaggio fu terribile: navigazione difficile, vessazioni quotidiane dagli abitanti e dalle autorità musulmane. Infatti, Pietro si sfoga spesso su di loro, con parole poco lusinghevoli. Ciò detto, il suo diario, scritto in dialetto milanese, esprime una sottile autoironia, una saggezza umana che ne fa una lettura piacevole e istruttiva, consigliabile per chiunque si interessa di quell’epoca storica e delle dure condizioni di viaggio di allora».

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