Erté, quando lo stile è tutto: la modernità dell’artista in oltre 150 opere
LA MOSTRA Curata da Valerio Terraroli
Lettura 2 min.Ci sono artisti che il tempo ha restituito alla storia e altri che il tempo ha trasformato in stile. Erté appartiene a entrambe le categorie, e forse è proprio questa la difficoltà — ma anche l’interesse — della mostra Erté. Lo stile è tutto , fino al 13 settembre visitabile al Labirinto della Masone di Fontanellato. Sono oltre centocinquanta opere quelle che raccontano una figura che attraversò moda, teatro, illustrazione e scenografia riuscendo a costruirsi un universo immediatamente riconoscibile al primo sguardo. Basta osservare la Salomé del 1926, opening della mostra e una delle opere della collezione di Franco Maria Ricci, per capire quanto Erté sapesse trasformare una figura in un’idea. Eccone un esempio descrittivo: il corpo diventa linea, il costume architettura, la donna quasi un segno grafico. È un’immagine seducente, ma anche distante, quasi intoccabile. E forse proprio qui comincia il problema — o il fascino — di Erté. Il rischio, infatti, è che questa riconoscibilità diventi una gabbia. Linee sinuose, corpi allungati, geometrie preziose, nero e oro: Erté è Erté. Tautologia o tutt’al più evidenza di un carattere che assaggiava, forse fuori tempo massimo, un’idea di modernità che arriva da un passato recente? Bisogna dire che la mostra è curata da Valerio Terraroli, già curatore di una delle più belle imprese recenti a Milano: la mostra “Art Decò. Il trionfo della modernità”. Insomma, vi è una certa soluzione di continuità orizzontale tra le due esposizioni: di movimento la prima, monografica e consequenziale la seconda. Però qui è Ertè con il suo genio individualista ad essere protagonista. D’altronde, la lunga vita, è morto nel 1990 a 98 anni, gli ha consentito di superare il secolo breve e a ritroso di addentare anche quel “mondo di ieri”, ancor oggi caro a molti. Dunque, alcuni bozzetti teatrali restituiscono però un artista meno semplicemente decorativo. Il progetto per Bacchanale del 1927, con il gruppo che avanza davanti a Salomé, mostra bene come il disegno di Erté non sia soltanto un figurino: suggerisce movimento, ritmo, scena. Lo stesso accade nei lavori precedenti, come il bozzetto del 1917 per Le Génie Lumineux de la Lampe d’Aladin , dove l’esotismo diventa un repertorio di forme da reinventare. Straordinari sono l’ Alfabeto e i Numeri , le serie forse più celebri e anche quelle che meglio spiegano la sua ossessione: trasformare ogni cosa in immagine, persino una lettera o una cifra. Qui Erté arriva quasi al limite della decorazione, ma proprio per questo diventa interessante. Non cerca di rappresentare il mondo: lo ridisegna secondo un codice personale. La mostra ha il merito di non fermarsi dunque al campione dell’Art Déco elegante e scintillante. Moda, Music Hall, editoria, teatro e cinema mostrano un artista immerso nella cultura dello spettacolo e della nascente comunicazione di massa. Si dice che “Erté non sta semplicemente ai margini della modernità: lavora dentro la sua nascita, dentro il momento in cui l’immagine comincia a diventare desiderio, consumo, identità”.C’è poi la storia, quasi inevitabile, del rapporto con Franco Maria Ricci. Nel 1970 Ricci pubblicò il primo importante volume italiano dedicato a Erté, con il testo di Roland Barthes, e alcune opere entrarono allora nella sua collezione. Ecco che queste oggi al Labirinto assumono anche un altro significato e restituiscono al visitatore la visione di una passione collezionistica diventata, nel tempo, luogo espositivo. (F. Fr.)
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