Delitti del BarLume, Bookcity ospita lo scrittore Marco Malvaldi

LODI Nell’ambito della rassegna si è parlato dell’ultimo libro ambientato nell’immaginaria Pineta, “Piomba libera tutti”

Si sente quasi il frusciare delle carte da briscola, il borbottio dei “Vecchietti” e l’odore del caffè preparato da Massimo. È l’immagine che tutti abbiamo in mente quando pensiamo a I delitti del BarLume, la serie televisiva ispirata ai romanzi di Marco Malvaldi. E ora quelle immagini ritornano nelle pagine di Piomba libera tutti, il nuovo romanzo dell’autore toscano, dove l’ironia è legge e il delitto non è mai solo un delitto, ma un modo brillante per osservare la società.

Alla presentazione del libro, durante la giornata di sabato, guidata dal giornalista Fabio Francione, Malvaldi ha raccontato un’opera che rinnova e insieme consacra la sua saga più celebre. È quasi estate, e a Pineta, la cittadina immaginaria de I delitti del Barlume, nessuno è davvero pronto ai cambiamenti che arrivano a grappoli. C’è infatti una presenza che manca, e quella mancanza pesa più di tutto il resto. Al BarLume c’è una sedia vuota: una sedia piccola, abitata per decenni da Aldo, uno dei “Vecchietti”. È morto in primavera, investito sulle strisce pedonali da una bicicletta. Una fine assurda, quasi grottesca. Eppure, nei ricordi e nelle battute dei suoi compagni di carte, Aldo è vivo più che mai. Massimo, nominato tra gli eredi, ora è anche l’esecutore testamentario. Tra i compiti più bizzarri: trovare un acquirente per la smisurata collezione di cd e vinili dell’amico scomparso. A riportare tutti alla realtà ci pensa però Alice Martelli, vicequestore e compagna di Massimo, che informerà del cadavere ritrovato a Pisa nel garage di un condominio: quello di Giada Meini, sessant’anni, impiegata delle poste. E qui inizia il paradosso: Giada era odiata da tutti. Le voci di condominio la descrivono come una donna inflessibile, piena di ripicche e pronta a far valere ogni cavillo per vincere piccole battaglie quotidiane. Ogni inquilino del palazzo aveva dunque un buon motivo per volerle male. La domanda dell’indagine, a questo punto, non è chi avrebbe voluto uccidere Giada Meini, ma chi non l’avrebbe voluta morta. In mezzo a dicerie, rancori, reticenze e false piste, i Vecchietti superstiti - Ampelio, Pilade del Tacca e il Rimediotti - tornano in azione come “detective della maldicenza”. E perfino Aldo, dall’aldilà, riesce a lasciare qualche suggerimento attraverso lettere e ricordi. Durante la presentazione emerge un altro dettaglio toccante: Aldo era, per Malvaldi, un alter ego. Il suo cognome è un omaggio a Giorgio Griffa, realmente morto investito da una bicicletta. Infine l’autore confessa che per lui scrivere un giallo è un lavoro scientifico: «Si parte dalla fine: sai chi è il colpevole e costruisci tutto attorno. Non puoi permetterti incoerenze». E la tv? «È difficile da fare una serie televisiva. Ho provato a partecipare alle prime stagioni, ma molte cose non si potevano realizzare».

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