Chi ha paura del lupo? Da “cattivo” delle storie a simbolo di resistenza
L’APPROFONDIMENTO Un animale che è tornato ad abitare il Lodigiano
Ci sono archetipi che ritornano nelle fiabe di tutto il mondo, al di là del luogo e della cultura in cui sono nate le storie. A intuire per primo la morfologia universale della fiaba fu il linguista e antropologo russo Vladimir Propp. Uno degli elementi ricorrenti individuati da Propp è la figura dell’antagonista, non di rado rappresentato con le fattezze del lupo. Questo animale, spesso associato all’aggettivo “cattivo” proprio per evidenziarne la natura, identifica, tradizionalmente, l’incarnazione del male e del pericolo: lo ritroviamo in alcune celeberrime fiabe, tra cui Cappuccetto rosso , Pierino e il Lupo e I tre porcellini . Il lupo è il “villain”, un espediente narrativo spesso inevitabile per la buona riuscita della trama di un’opera. Anche nel folclore del nostro Paese, il lupo ha assunto i connotati del pericolo e della paura atavica: nelle Fiabe italiane , la raccolta a cura di Italo Calvino che compone uno spaccato della nostra tradizione popolare, il lupo compare spesso nel ruolo di nemico. È il simbolo del male, l’incarnazione della fame e della minaccia che arriva dal bosco, un luogo che anticamente delimitava il confine tra la civiltà sicura e la natura selvaggia e indomita. Un archetipo già presente nelle favole di Esopo e che ha attraversato i secoli. Celebre è la leggenda di San Francesco e il lupo di Gubbio, storia simbolo di pace, riconciliazione e fraternità universale attraverso la compassione, il dialogo e il perdono: il santo trasforma la paura in armonia e fiducia e insegna che ogni conflitto può essere risolto e ogni creatura può diventare “fratello”. Ma oggi i lupi fanno ancora paura? In parte sì, perché i retaggi culturali sono duri a morire. Per secoli, il lupo è stato antropomorfizzato: parla, inganna, trama. Pensare al lupo significa spesso confrontarsi con ciò che la società chiede di reprimere, con l’istinto e la libertà non addomesticata. Eppure, la percezione di questo animale è cambiata. Non solo per un nuovo spirito ecologico, ma per una maggiore consapevolezza scientifica. Se nelle fiabe il lupo era il mostro da abbattere, oggi è riconosciuto come elemento chiave dell’equilibrio naturale, simbolo di resilienza e coesione sociale. Anche la narrativa contemporanea riflette questo mutamento, raccontando lupi protettori o emarginati incompresi, come in Wolfwalkers , film di animazione candidato all’Oscar nel 2021. Dopo decenni di sterminio, i lupi stanno tornando a popolare ampie zone d’Europa – e diversi esemplari sono stati avvistati anche nelle aree del Basso Lodigiano – grazie a politiche di tutela più rigorose. Un ritorno che li ha avvicinati anche ai centri abitati, alimentando timori e allarmismi. Si parla di animali sempre più “spavaldi”, incapaci di temere l’uomo. Ma un recente studio condotto in Polonia smentisce questa lettura. I risultati sono chiari: i lupi conservano una paura profonda dell’essere umano. Nei test sul campo, la semplice esposizione alla voce umana raddoppiava la probabilità di fuga. Altro che audacia: distanza, cautela, istinto di sopravvivenza. Il lupo reale scappa. Quello che continuiamo a temere è un’altra costruzione, sedimentata nei racconti e nelle paure collettive. Homo homini lupus .
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