Cronaca / Centro Lodigiano
Mercoledì 04 Settembre 2024
La scuderia “La Costa” e la “Santa Cabrini”: quando “bruciava” la passione per i cavalli
Ubaldo Morzenti di Sant’Angelo Lodigiano racconta un mondo affascinante, che non c’è più
Sant’Angelo Lodigiano
Sembra di cogliere ancora le atmosfere: di tabacco e parole dette senza ascoltarsi, di grida e scommesse, di provocazioni lanciate e rivalse covate come sfide che sembravano le uniche ragioni di vita. A Sant’Angelo Lodigiano c’era la “mania” dei cavalli, e durò a lungo: dagli inizi degli anni Settanta sino agli inizi degli anni Novanta del secolo scorso.
A raccontare quel tempo, quelle estati che gli sportivi volevano non finissero mai, è Ubaldo Morzenti, settantadue anni d’età, oltre sessanta vissuti sulle piste e nelle scuderie.
Questo gruppo aveva un leader?
«L’iniziatore è stato Vittorio Crespi, nel 1962, con una cavalla trottatrice, di nome Ombretta, una mini cavallina, proprio piccola, che lui faceva trottare in paese. Vittorio era un ragazzo unico, speciale, aveva idee originali e sapeva applicarle: aveva 22 anni quando prese questa cavalla, e alla fine tutti volevamo imitarlo. Io avevo dieci anni di meno, e non vedevo l’ora di salire sul calessino con lui».
Poi cosa accadde?
«Vittorio prese la cascina Boscone in affitto e vi costruì una pista intorno, e il giorno della sagra del paese correvamo tutti lì. C’era chi aveva un cavallo, chi due: Lino Mainardi, Mario Pozzi, Santino Sali, i fratelli Sandrino ed Angelo Vitaloni, Cristoforo Abbiati, Rino Rognoni, Angelo Aspirandi, e Pippo Danova, che a Villanterio teneva 15 cavalli nella scuderia “100 pertiche”».
I Vitaloni contagiarono pure il figlio Nunzio: so che è stato anche lui un buon corridore.
«Grandi persone! Sandrino era un uomo molto determinato, nei lunghi conciliaboli tra di noi, era uno dei pochi che restava ancorato alle sue convinzioni granitiche: anche sui medicamenti aveva le proprie certezze, e noi lo seguivamo. I rimedi più convincenti li trovava nella tradizione. Ad esempio, andavamo nelle rogge e legavamo i cavalli contro corrente, perché sembrava che ciò servisse a sfiammare loro i tendini. Oppure utilizzavamo la polvere dei mattoni di terracotta, impastata col fondo del vino. Nunzio Vitaloni? Con suo padre aveva la scuderia “La Costa” e ha corso su diverse piste. Un’altra scuderia ce l’aveva Antonio Crespi. C’era anche la scuderia “Santa Francesca Cabrini” di Vittorio Moroni, tra l’altro allenatore validissimo».
Ma per quanto tempo avete corso alla cascina Boscone?
«Quasi subito ci spostammo tutti a Pianello Val Tidone, perché il sindaco aveva costruito una pista e aveva creato pure l’impianto di illuminazione. Il giovedì sera caricavamo i cavalli su un camioncino, trasferendoli a Pianello: poi c’era il giorno delle prove, e le corse il sabato sera o la domenica. Pianello sembrava una succursale di Sant’Angelo Lodigiano: venivano tutti. A fine gara invadevamo la trattoria Beccacini: c’era anche un signore di Casalpusterlengo che ordinava sempre gallina fredda con polenta; lo ricordo perché aveva un modo strano di correre: con una gamba al di fuori del calessino. Io ho cominciato a correre con il sulky a 16 anni».
Ma che gare si svolgevano?
«C’erano diverse competizioni: la corsa normale, quella definita la piccionaia, per i cavalli apparentemente meno forti, e il gran premio. Le iscrizioni costavano 10mila lire, se si arrivava primi si vincevano 20mila lire, se si arrivava secondi si andava in pareggio con la quota di iscrizione, se si arrivava terzi si prendevano 5mila lire».
Premi simbolici, o che accendevano comunque una rivalità tra voi?
«Vuole scherzare? Tra noi c’era una competizione sana, ma accesa. Scriva: ferocissima! Parlavamo solo di cavalli. Cominciavano alla domenica sera e non avevamo pace sino alla gara successiva. Ci trovavamo al bar del Becu, che era un’osteria, gestita da Rino Magri, una persona estremamente sveglia, diciamo così. Talmente astuto che dava pure consigli su come gestire i cavalli, d’altra parte anche lui era stato contagiato da questa passione e aveva preso due cavalli: la Zampina e Astracan, che correva a San Siro. Qualche volta, soprattutto d’estate, ci vedevamo invece all’anguriera di Ciccio Manenti».
Qual era l’argomento forte?
«A quel tempo, noi prendevamo cavalli a fine carriera: da Padova e da Trieste, soprattutto, adatti al tipo di competizioni che affrontavamo. C’era conversazioni interminabili. Ovviamente telefoniche, con i precedenti guidatori: loro davano un suggerimento per fare rendere meglio i cavalli, e la settimana successiva, visto che il rendimento era stato sempre scarso, davano un consiglio diverso, e poi ancora tornavano al precedente. A loro dire la colpa era sempre nostra, mai di chi ci aveva venduto il cavallo».
Per quanto tempo rimaneste a Pianello?
«Sino al 1968, poi venne una piena e distrusse la pista, così ci spostammo a correre a Broni sino al 1973; nel frattempo qualcuno di noi aveva cominciato a comprare dei puledri. E lì non si sa mai che cavallo viene fuori: i migliori potevano correre per le corse federali, e dunque ci si spostò all’ippodromo di San Siro. A quel punto si aggiunsero altri competitori, come gli Arrigoni di Montanaso Lombardo».
Siete rimasti in pochi a competere.
«Soltanto i fratelli Gabriele e Gughi Pozzi, figli di Mario, ed io: con loro ho costituito una società. Personalmente ho partecipato ad un’infinità di gare: in Svezia, in Danimarca, in Francia; ho realizzato due record del mondo, e un record su pista. Nel 2014 ho vinto con una cavalla, Linda di Casei, una gara in cui come primo premio c’erano 400mila euro, e io ne ho presi 54mila. Prezzi esagerati? Avrei voluto vincere quella competizione in cui in ballo c’era un milione di euro, ma purtroppo arrivammo solo settimi».
Linda di Casei, le ha comunque dato buone soddisfazioni.
«È stata una scommessa, presa in un allevamento a Casal Gerola: era stata non considerata per un problema ad un occhio, e invece io ci ho… visto giusto. Oggi è mamma: il primo suo figlio si è rivelato un campione, ha vinto già 654mila euro. Se li ho presi io? Magari… Purtroppo solo due giorni prima l’avevo venduta ad uno sportivo svedese. I cavalli sono gioie e dolori: a volte ne acquisti altri perché speri di trovare il campione, e finisci per essere spolpato».
Ho sentito dire.
«Sa cosa dice mia moglie Anna? Che io le ho rubato la gioventù, lasciandola sola in casa per andare a seguire le competizioni. Ma in realtà era lei a non volere venire. E certe volte, pur di non starle lontano, sono stato io a rinunciare ad andare».
Ma è vero che nella sua scuderia ha una figlia di Varenne?
«Verissimo. Sembrava una campionessa. Spero anzi che lo sia. Ma ha una strana testa: dopo avere vinto un paio di gare, è come se si fosse estraniata dal senso della competizione. Speriamo che si ritrovi. E poi ho un altro bel cavallo: Dollar Moon, figlio di uno dei migliori stalloni del mondo, eppure i risultati non sono ancora pari alle aspettative».
Ma lei è sceso dal sulky?
«Già da un po’, dal 1997. Ora domo solo puledri. Ho avuto un grande corridore: Alessandro Gocciadoro, grande preparatore e guidatore europeo. Ora è in America con tre cavalli per una diversa scuderia. Adesso invece chi guida il mio sulky è il torinese Daniele Demuru. I cavalli li ho in pensione da lui, ed è proprio lui a suggerirmi le gare a cui partecipare».
A Sant’Angelo sarebbe riproponibile l’epopea di un tempo, riguardo ai cavalli? Dovrebbe esserci terreno fertile per una buona sensibilizzazione, visti i maestri…
«Assolutamente no: sono cambiati i tempi, e le persone, soprattutto i giovani, che hanno altri interessi. I nostri sono gli ultimi bagliori di un’epoca che, di fatto, si è già chiusa».
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