Cronaca / Basso Lodigiano
Domenica 23 Febbraio 2025
Don Pierluigi Leva: quelle campane di “speranza” che hanno dato sollievo
a una comunità spaventata e ferita - La video-intervista completa
Covid Il parroco di Casalpusterlengo racconta i momenti più bui della pandemia nella chiesa rionale di Sant’Antonio che era stata trasformata in camera ardente per ospitare le salme dei troppi morti
Casalpusterlengo
«Chiudete il portone: se qualcuno passa e lo nota aperto entra di sicuro». È il richiamo di una piccola chiesa di quartiere che nei giorni più duri del Covid era diventata anche una camera ardente per accogliere le salme dei tanti, troppi, morti.
Prendiamo due sedie, le mettiamo al centro della navata, all’ombra della statua di Sant’Antonio Abate che qui a Casale, ogni 17 gennaio, festeggiano con grande trasporto, accendendo un enorme falò proprio davanti a questa chiesa.
Il parroco di Casalpusterlengo, don Perluigi Leva, è pronto con noi a riavvolgere la pellicola.
Parroco, le faccio vedere una fotografia. È stata scattata poche ore dopo l’istituzione della zona rossa. Proprio davanti a questa chiesa ci sono tre signore che osservano un annuncio funebre. Non c’è nessun altro. È appena venuto a mancare un giovane padre di famiglia e loro sono lì per lui. Sembra strano, ma è un funerale, solitamente un momento corale di dolore e di condivisione...
«In quei giorni i funerali sono stati drammatici. Proprio quei momenti, durante i quali condividere con i familiari l’esperienza del lutto, sono stati impossibilitati dal fatto che i distanziamenti e le proibizioni non permettevano le celebrazioni. Quelle immagini le ricordo molto bene, anche perché proprio in questa chiesa erano state spostate tutte le panche e avevamo accolto l’invito a custodire i feretri prima di essere portati nelle rispettive realtà. Perché non c’erano solo i defunti di Casale... Ricordo che la camera mortuaria dell’ospedale era stracolma e non sapevano più dove lasciare i corpi senza vita delle persone che morivano abbondantemente in quei giorni. Qui in questa chiesa siamo arrivati ad averne diciotto di bare e non potevamo lasciare aperto se non per le ditte di onoranze funebri. Ma aprire la porta e lasciare che anche qualcuno entrasse per dare un ultimo saluto voleva dire creare un movimento di persone tale che in quei giorni era davvero proibito».
Un grande senso di vuoto e di smarrimento, insomma. Le nostre comunità hanno subito colpi pesantissimi.
«Ci siamo accorti che nel momento nel quale sentivamo il bisogno di avere accanto delle persone, non c’era nessuno. Ed è stato davvero difficile anche per questo motivo. Poi in effetti le celebrazioni delle esequie non erano impedite perché di fatto al cimitero si poteva dare un saluto con i familiari più stretti. Tenete presente che la media dei funerali nella nostra parrocchia oscilla tra 90 e 95 all’anno. Nel mese di marzo 2020 sono andato 87 volte al cimitero. Lì c’era solo un momento di preghiera, con l’aspersione e l’incontro con pochi familiari».
Erano giorni nei quali, mi permetta la crudezza, si moriva da soli...
«Infatti. L’altro aspetto significativo è che quei pochi familiari spesso avevano visto il loro caro magari salire da solo sull’ambulanza e non avevano più avuto nessuna sua notizia. Molti di loro, poi, dopo la morte erano stati cremati, quindi la persona venuta a mancare non si rivedeva più. Quindi l’elaborazione del lutto è stata molto complessa e anche oggi le persone sono ancora di fronte a questo dramma ,che non si risolverà».
Sono passati cinque anni. Forse abbiamo un po’ troppo frettolosamente dimenticato quanto accaduto? Parlando un po’ della nostra zona, è rimasto qualche segno di speranza?
«Non ho elementi in mano per poter offrire un’opinione che abbia una solidità. Dopo un’esperienza così drammatica, penso che molti abbiano bisogno di meditare un momento come questo. Dall’altra parte, in questo momento drammatico, noi ci siamo detti tante parole. Ricordate, nei momenti più duri del primo lockdown, il cantare, l’esporre degli striscioni con delle scritte particolari, convincere le persone a rimanere distanziate per aiutare chi doveva lavorare ma rimanendo uniti. Ecco, sono parole che sono nate da un cuore desideroso di affrontare insieme una situazione così complessa. Penso che lo smalto di queste parole sia un po’ sbiadito. Ecco, forse, in quel momento sono scattate le migliori energie che erano presenti nelle persone e hanno permesso a tutti di sentirsi comunità. Ma la malattia del nostro tempo è l’indifferenza, e non so se quell’esperienza così drammatica sia riuscita a scalfire in profondità quella indifferenza di cui purtroppo siamo un po tutti ammalati. Proprio sabato scorso in questa chiesa è stata fatta memoria di una figura straordinaria come quella di don Carlo Gnocchi ed era presente il coro degli alpini di Melzo. Nell’ultimo canto, anche se non sono sicuro delle parole, ricordo precisamente l’ultimo passaggio nel momento in cui la canzone voleva fare memoria delle avventure più drammatiche degli alpini proponendo di passeggiare per i monti e osservare i fiori, guardare i nevai, respirare l’aria frizzante della montagna. Ad ogni strofa ricordava così: “Finché non lo capisca cuore”. Le famiglie che sono state toccate da quest’esperienza drammatica non lo dimenticheranno mai. Gli altri hanno bisogno che lo capisca al cuore. Come è importante non rimanere indifferenti di fronte alle tragedie e come maturare il senso di comunità sempre».
In quel periodo si è spesso parlato di certe categorie, in particolare i medici e gli infermieri che sono stati in prima linea e che hanno vissuto il Covid in maniera intensa. Le faccio una domanda anche un po’ personale. Lei da sacerdote, come ha vissuto questo periodo? Si è sentito solo, si è sentito in qualche modo smarrito?
«Sì, come penso ciascuno di noi e chi svolge qualsiasi attività, professione o missione. Ci siamo sentiti trasformare l’esistenza da un minuto all’altro. Io ricordo perfettamente quel venerdì mattina, quando mi chiamò il sindaco Delmiglio che era già a Milano dalla notte, invitandomi in maniera urgente a chiudere le chiese, la scuola materna e gli altri luoghi di aggregazione. È cambiata radicalmente l’esistenza. Io stupidamente immaginavo che quello che sentivamo così da lontano, dalla Cina, sembrava che da noi si potesse risolvere in breve tempo. Invece ci ha accompagnato in maniera dirompente per lunghi mesi, con una ripresa costante di nuovi lockdown».
Possiamo dire che la sua vita sia stata in qualche modo stravolta dalla morte...
«Non posso pensare alle continue telefonate per avvisarmi dei decessi. E questo è stato drammatico, perché non è normale una cosa così. Ripeto, andavo cinque, sei volte al mattino al cimitero, cinque, sei volte al pomeriggio; c’erano otto, nove, dieci defunti al giorno a Casale. Con le altre parrocchie della città abbiamo superato i 250 morti in poco tempo. Quindi è stato davvero drammatico».
Ma in quei giorni abbiamo respirato anche tanta speranza e i semi non sono mancati.
«Infatti voglio ricordare due cose molto belle che personalmente posso affermare: non sono mai stato lasciato solo. Per esempio, c’era gente che si preoccupava se avevo il necessario anche per evitare il contagio. Qualcuno si preoccupò di portarmi ciò che era necessario, sapendo bene che nei primi giorni le mascherine non erano disponibili e che dovevo andare al cimitero in situazioni delicate. E poi qualcuno si preoccupò anche di prepararmi qualcosa da mangiare e me lo portava. Quindi posso dire che in questa comunità non sono rimasto solo. E poi, l’altra cosa bella. Mi ricordo il 19 di marzo, festa di San Giuseppe. Non potendo vivere con la comunità la memoria di questo santo, a mezzogiorno ho suonato tutte le campane della parrocchiale per ricordare che comunque era una solennità e noi sacerdoti celebravano, anche se a porte chiuse. Diverse persone mi hanno chiamato dopo questo scampanio per ricordarmi che il suono delle campane aveva offerto a molti un motivo di gioia».
A Casale è rimasto un segno tangibile a fare memoria della pandemia: il monumento con i sassi della memoria. Questo monumento è cresciuto anche un po’ per iniziativa delle persone che hanno subito dei lutti in quel periodo. I sassi recano i nomi delle persone che ci hanno lasciato: tanti di questi, purtroppo sono anziani che occupavano anche queste panche. Si è parlato anche a livello nazionale di un progressivo svuotamento delle nostre chiese. Ha subito un contraccolpo negativo la partecipazione alle funzioni e alle attività della comunità?
«Molti anziani che frequentavano regolarmente la celebrazione della messa nei giorni feriali e che purtroppo, a motivo del contagio ci hanno lasciato, non sono stati sostituiti. Dunque, nelle messe feriali la diminuzione numerica è evidente. Altri, sostenuti dal fatto che, a motivo del contagio della malattia o dell’anzianità, la celebrazione della Messa offerta attraverso la televisione o altri canali è comoda e piacevole hanno faticato a riprendere. Poi, per una certa fetta non esagerata, ma che esiste ancora, è rimasto un po’ il senso di paura. Noi abbiamo ancora qualche anziano che arriva a Messa normalmente frequentando le celebrazioni dove il numero dei fedeli è minore. Penso a quella delle sette della domenica mattina. Si mettono ancora in una posizione isolata, con tanto di mascherina. Forse in molti di loro è rimasta davvero la paura. Forse paura è un po’ poco... è rimasto il terrore. Anche perché sentendo attraverso i canali di comunicazione ciò che stava accadendo, la paura di non riuscire più a tornare a casa era concreta. Quindi certo, le nostre comunità ne hanno risentito».
Rimettersi in piedi dopo un brutto inciampo è dura, soprattutto per chi fa più fatica a camminare. E cerca in qualsiasi modo di aggrapparsi anche al più piccolo segnale di speranza. Proprio come quelle campane suonate a distesa in una città ferita e spaventata.
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