L’assassinio di Rasputin: la decadenza
degli Zar in un impero al collasso

Historia Uno dei personaggi più controversi della storia russa

Lodi

Il 30 dicembre 1916 venne assassinato Grigorij Efimovič Rasputin. Personaggio enigmatico, che esercitò un grande ascendente sulla zarina Alessandra, grazie alle sue doti di guaritore e al suo ammaliante carisma.

Dopo aver lasciato la Siberia, si dedicò agli studi esoterici, frequentando anche la scuola monastica del monte Athos. Divenne così uno starecs, un padre spirituale. A lui furono attribuiti miracoli e guarigioni prodigiose, tanto che la principessa Milica del Montenegro (sorella della regina d’Italia, Elena) volle conoscerlo e, conquistata dal suo magnetismo, lo introdusse a corte. Il tempismo fu perfetto: quando Rasputin arrivò a Palazzo, l’autorità di Nicola II vacillava pericolosamente dopo la sconfitta russa nel conflitto contro il Giappone e la prima rivoluzione russa del 1905. In quel frangente, lo zar annotò sul suo diario: «Una giornata fredda e ventosa. Abbiamo fatto la conoscenza di un uomo di Dio, Grigorij, della provincia di Tobolsk». Un anno più tardi, nel 1907, Rasputin compì un prodigio: guarì il principe Alessio da una grave emorragia. Lo zarevič, infatti, soffriva di emofilia, malattia ereditata dalla linea materna (la zarina era nipote della regina Vittoria). Gli storici hanno spiegato il presunto miracolo. Rasputin utilizzava un tipo di ipnosi che rallentava il battito cardiaco del bambino, riducendo così la circolazione del sangue. Inoltre, interrompendo l’assunzione di aspirina che i medici abitualmente gli somministravano, la salute di Alessio migliorò per effetto della diminuzione delle emorragie, e tutto il merito fu attribuito a Rasputin. Qualche anno dopo, Rasputin si superò, compiendo un “miracolo a distanza”. Mentre si trovava in Siberia, egli ricevette un telegramma disperato dalla famiglia reale: Alessio era in punto di morte. Dopo ore di preghiera e trance, il bambino migliorò.

Alla luce di tutti questi prodigi, è facile ritenere che l’autorità di Rasputin crebbe notevolmente, al punto che nel 1914 Nicola II sostituì il primo ministro Vladimir Kokovcov, uno dei maggiori oppositori di Rasputin, con il debole Ivan Goremykin. A turbare però la situazione vi fu nel mese di giugno dello stesso anno un attentato ai danni del monaco per mano di una fanatica religiosa, Chionija Guseva, che lo pugnalò allo stomaco. Rasputin sopravvisse. Tuttavia, l’attentato gli lasciò effetti profondi: iniziò ad affogare i dispiaceri nel vino e evitò sempre di più gli incontri pubblici.

Qualche settimana più tardi la Russia entrò nella Grande Guerra, nonostante Rasputin non fosse d’accordo: «sento e vedo che ci attende una grande tragedia. Oceani di sangue». Quando lo zar assunse il comando dell’esercito al fronte e affidò la gestione degli affari politici alla moglie, Rasputin poté esercitare un’enorme influenza su di lei, orientando di fatto tutte le sue decisioni, anche la nomina dei ministri. Rasputin, in effetti, adottava un sistema persuasivo di efficacia prodigiosa: mentre parlava di argomenti privi di importanza, lasciava cadere di sfuggita una frase incisiva per screditare la persona che odiava, e suggeriva quindi di allontanarla. Prima convinceva Alessandra, poi faceva sembrare che tutto ciò fosse una sua profezia. Su quest’ultimo punto, lo slavista Fausto Malcovalti precisa: «Il fatto che facesse rimuovere ministri non dimostra che abbia influito sui destini della Russia. Il suo potere era più percepito che reale, ma quella percezione fu sufficiente a screditare la monarchia». Per definire meglio il ruolo di Rasputin in questa fase, ci assiste un altro storico, Simon Sebag Montefiore, il quale ritiene che «i problemi del Paese erano dovuti all’incompetenza dello zar e della zarina. Rasputin fornì un capro espiatorio. Divenne il simbolo della corruzione percepita da parte del governo dello zar». In effetti, a orchestrare il suo omicidio vi pensarono alcuni nobili russi, preoccupati soprattutto dall’eventualità che Rasputin, forte del suo ascendente nei confronti della zarina Alessandra, conducesse la dinastia Romanov e il Paese intero alla rovina. Il leader degli assassini di Rasputin, il principe Feliks Jusupov, annotò nel suo diario di aver agito «per salvare lo zar da se stesso» e la Russia dal disastro. Eppure, contrariamente alle aspettative dei cospiratori, l’omicidio di Rasputin non portò alla stabilizzazione del regime dei Romanov. Semmai, erose ulteriormente la fiducia pubblica nella famiglia regnante e accelerò così la caduta della monarchia russa al culmine della Rivoluzione d’ottobre del 1917.

Come ha dimostrato, attraverso un grande lavoro di ricostruzione, lo storico Douglas Smith, Rasputin fu indubbiamente una figura controversa ed enigmatica, ma la sua influenza sulla storia russa è stata esagerata. Piuttosto che essere il burattinaio malevolo dell’immaginazione popolare, Rasputin è stato un individuo complesso e imperfetto, vittima sia dei propri eccessi che del turbolento clima politico del suo tempo.

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