«Siamo una comunità fraterna: uniti dalla fede, come Bassiano»

La festa del patrono Nella basilica cattedrale di Lodi il Pontificale presieduto dal patriarca di Venezia

Federico Gaudenzi

Quasi settant’anni fa, un patriarca di Venezia visitava la cattedrale di Lodi: era il 27 settembre del 1958, e il cardinale Angelo Roncalli era stato invitato dall’allora vescovo Benedetti per l’800esimo della fondazione di Lodi nuova. Un mese dopo, quell’uomo dai modi garbati, dalla profonda umiltà e dalla vastissima cultura venne eletto Papa con il nome di Giovanni XXIII. Un episodio che è stato ricordato ieri mattina dal vescovo Maurizio, che come da tradizione ha aperto il solenne Pontificale di San Bassiano, che è stato celebrato dal successore di Roncalli, il patriarca di Venezia Francesco Moraglia. Monsignor Malvestiti ha ringraziato il patriarca, i due confratelli vescovi che hanno concelebrato con lui, il vescovo emerito Giuseppe Merisi e il vescovo nativo Egidio Miragoli, tutti i sacerdoti e i fedeli: una comunità unita per festeggiare il santo patrono, come ha ricordato il vescovo Maurizio, che poi ha ripercorso le tappe del triennio post sinodale, con questo anno della Carità che raccoglie i passi della Fede e dell’Anno giubilare della Speranza. Tra i momenti più significativi, la partecipazione diocesana all’udienza con Papa Leone, e poi un appello instancabile all’edificazione di una società dell’amore, che non dimentichi i poveri, che vada incontro alle nuove generazioni.

Un appello ai fedeli, ma anche alla comunità civile, un appello alla Carità che ha attraversato tutto il Pontificale, cuore della festa patronale. Ed è qualcosa di strano, il Pontificale di san Bassiano: nel cuore della festa, la consacrazione eucaristica è quella eterna novità che si rinnova in ogni Messa da duemila anni, ma tutto intorno l’atmosfera è diversa da quella delle altre funzioni dell’anno. A San Bassiano, infatti, il Pontificale ha un respiro antico, che sa unire la preghiera alla tradizione, la religione alla vita civica laudense, diventando esempio di quella laicità positiva che vede nel dialogo rispettoso dei reciproci ruoli un valore da difendere come evidenza di libertà. Un esempio concreto dell’evangelico “dai a Cesare quel che è di Cesare, e a Dio quel che è di Dio”: parole che sono riecheggiate anche nell’omelia del patriarca di Venezia, Francesco Moraglia, invitato a presiedere la santa Messa, concelebrata dal vescovo Maurizio, dal vescovo emerito Giuseppe Merisi e dal vescovo nativo Egidio Miragoli. Il patriarca, nella sua omelia, è partito dai dati storici della figura di san Bassiano, primo vescovo di Laus Pompeia. «Prima ancora di Bassiano, già all’inizio del quarto secolo in questa terra c’era una comunità viva, vitale, tanto che il potere politico tentò di intimidire la fede di questa comunità, portando non tanto al martirio, che all’oppressore non interessa, quanto all’apostasia. È questo il risultato che il Cesare di turno vuole, perché quel “dai a Cesare quel che è di Cesare” è sempre stato disatteso nella storia. E il “Cesare” colpisce anche oggi. Oggi, per esempio, può essere il potere dei media che ci condiziona nella nostra fede cristiana».

Credere non è mai stato facile: non lo era ai tempi dei primi martiri, non lo è oggi, ma le parole del patriarca evidenziano che è una fatica che vale la pena di affrontare, perché trasforma la vita. Lo stesso Bassiano, arrivato a Roma da ragazzo per intraprendere la carriera politica secondo il volere del padre, incontrò invece la vocazione: «L’incontro con Cristo è un incontro che cambia la vita. Se la nostra vita non è cambiata, significa che non l’abbiamo ancora incontrato davvero». Chiamata alla conversione continua, una lezione per tutti i fedeli, ma in particolare per la Chiesa e per i suoi ministri, per quel ministero «da riscoprire come servizio, nella sua essenzialità». L’incontro con Cristo diventa così un incontro totalizzante, che cambia il cuore e cambia il modo di rapportarsi agli altri: «Credere oggi non può prescindere - ha detto il patriarca - dal condividere la fede degli apostoli. La Chiesa è una fraternità che si distingue per una fede comune, una fraternità che sa amare». Un amore che «non è spontaneità, ma è creare un progetto di vita insieme agli altri»; un amore che si coltiva anche «attraverso le differenze».

Un esempio di questa vicinanza sono l’affetto e l’amicizia che legarono proprio Bassiano con Ambrogio, vescovo di Milano: «Non furono insieme soltanto per il Sinodo di Aquileia, ma Bassiano fu vicino al fratello anche nei suoi ultimi istanti di vita. Questa amicizia ci interpella».

Proseguendo nella lettura della vita e dell’opera di Bassiano, il patriarca ha definito quindi la “cifra” dello stile del patrono lodigiano, la “carità pastorale” animata dalla capacità di «mettere Cristo al primo posto». Il patriarca non ha mancato di citare alcune persone che costruirono la propria esistenza sulla centralità di Cristo: oltre a san Gregorio Magno, a Carlo Borromeo, ad Agostino, Bassiano ed Ambrogio, ha citato anche san Filippo Neri e il beato Pino Puglisi, sacerdote ucciso dalla mafia.

Infine, interessante il riferimento all’intercessione di Maria, che diventa simbolo stesso della Chiesa: «Se la Chiesa non riscopre il suo volto femminile, di grembo materno che genera Cristo, sarà sempre solo una organizzazione umana. La Chiesa è invece quella realtà teologica, quel “Sì” universale che ha attraversato la vita dei grandi vescovi Ambrogio, Agostino e soprattutto, oggi per noi, Bassiano».

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