“Prossimità” e “tenerezza” nel miracolo del Natale

Il messaggio del vescovo di Lodi, Maurizio Malvestiti

Il Natale, ancor più desiderato quest’anno, è mortificato dal timore che la gioia non riesca a moderarsi e troppo ci avvicini tra noi, addirittura a colpire anziché consolare quanti amiamo. Il contagio è nascosto ma insidioso e feroce fino a spezzare i vincoli più cari, se non li mantenesse sicuri per sempre la fede. È quanto credono non pochi uomini e donne, coi pastori e le comunità cristiane - per sola grazia - in rispettosa vicinanza a tutti i credenti e ai cercatori di senso ma anche agli indifferenti. Sembra inesistente questo male che ci tiene in scacco da troppo tempo. È - per così dire - dietro l’angolo, prendendosi però gioco di noi e manifestandosi solo dopo, talora irreparabilmente. La seconda ondata pandemica è apparsa finora più lieve nel Lodigiano. Non ne siamo, tuttavia, usciti: è richiesta pertanto la più prudente responsabilità. Nell’augurio che ci scambiamo, nessuno dimentichi di chiedere e promettere questo regalo indispensabile al presente e al domani della nostra comunità e dell’intera famiglia umana.

Stasera in cattedrale, saremo uniti, credenti e non credenti, al di là di ogni pericolo e pregiudizio, nell’immagine di un Bimbo e ancor più nella Parola che Egli è per noi. Risuona con voce umana ma ci supera in altezza e profondità. Saremo uniti anche dal segno del Pane e del Calice ricevuti e offerti per tutti i lodigiani, indistintamente. L’immolazione del “Dio con noi”, da Natale a Pasqua in ogni nostro giorno, non consente che ci dichiariamo soli, mai, bensì recuperati sempre e sorretti in ogni fragilità da misericordioso amore. Così si va avanti, insieme, addirittura con fiducia. C’è anche la Madre - protagonista col Bimbo del miracolo del nascere e del vivere - ad infonderci un coraggio che non è solo nostro. Ho scelto l’immagine riprodotta qui accanto affinché ci parli di quella “prossimità e tenerezza” che lo alimentano.

Le ha evidenziate ambedue papa Francesco alle delegazioni della nostra Regione ricevute a Roma nel giugno scorso. Le leggo sul volto della Madonna nell’atto di proteggere insieme al Figlio noi tutti, invitandoci ad esserne gli “artigiani”, che abbinano alla fatica l’idealità, ma anche la spiritualità e ancor più la fede, dono quest’ultimo di cui essere intimamente gelosi per la sua decisiva portata personale e sociale. Il coraggio lo abbiamo mostrato nella dura prova: ci spinga ora accanto ad ogni ferita, cominciando da quelle “della porta accanto”, mai voltandoci altrove quando sanguinassero, ancor più se ciò avvenisse in silenziosa dignità.

Arte è il vivere. Ancor più il vivere bene in quell’autenticità umana interpellata costantemente dal divino. Il Natale a questo serve. Sia benvenuto e assaporato, lasciando che ci insegni quest’arte nella vicendevole cura gli uni degli altri. Ed essa si imponga quale “cultura vincente” tra le istituzioni e prima nella famiglia, fonte e scuola degli affetti e del coraggio in una testimonianza non occasionale ma traducendosi in stile di vita per fare opinione, collocandoci nella dimensione della reciprocità. È la lezione che non possiamo disattendere dopo quanto abbiamo passato. La affido alla “Madonna della prossimità e della tenerezza”, come vorrei chiamare da questo Natale il dipinto dell’artista Bignami, incaricandola di passare dalla casa del vescovo a ciascuna famiglia a sostenere gli “autentici artigiani” che possiamo essere affidandoci al silenzio della fedeltà. Da esso scaturisce la poesia della perennità. Il Natale ne conosce la narrazione ben sapendo che la perennità è la vera sorte del nascere e del vivere: rimane, infatti, inaccettabile l’umano finire. La sua cura invece è la prima preoccupazione del Bimbo natalizio, persino al caro prezzo della croce, essendosi Egli irrevocabilmente consegnato dal primo Natale all’umanità e da allora suscitando uomini e donne, ancor più tra le giovani generazioni, pronti a dichiarare che nella comune partita della storia non possiamo demordere finché non sia compiuta nel bene dal “Dio con noi”. A Pasqua fu la bellezza con Raffaello a rallegrarci. A Natale la prossimità e la tenerezza, così come appaiono nel pittore di casa nostra. Urgente rimane la loro memoria per curare un degno futuro: siamo tenuti a sperarlo, nonostante tutto, a motivo del Natale, che non può più smentirsi, ed anzi diviene il punto d’appoggio provvidenziale alla nostra incertezza.

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