«Prefetture, preoccupante la concellazione»

La revisione delle questure? «Mi auguro

non venga messo

a rischio il sistema

della sicurezza»

La soppressione delle prefetture, compresa quella di Lodi, è un’ipotesi preoccupante. Ne è convinto Antonio Corona, prefetto di Lodi e presidente dell’Associazione Prefettizi (AP). Corona, che premette di parlare in qualità di presidente di AP, incontra «il Cittadino» la mattina del commissariamento del Comune di Borgo San Giovanni e a distanza di pochi giorni dal Consiglio dei ministri che di fatto avvia, pur senza fare chiarezza, la riorganizzazione delle prefetture.

Signor prefetto, partiamo dal Consiglio dei ministri del 14 giugno. La sensazione è che il governo Renzi abbia partorito il classico topolino. Verso quale scenario ci muoviamo?

«Allo stato attuale abbiamo solo le righe del comunicato stampa del Consiglio dei ministri, che indica l’obiettivo di “razionalizzare la rete organizzativa delle prefetture, rivedendo le competenze e le funzioni attraverso la riduzione del numero, il rafforzamento dell’esercizio delle funzioni di coordinamento e il conferimento di ulteriori compiti e attribuzioni di collaborazione interistituzionale”. Nulla più. E proprio perché non conosciamo il disegno finale a cui mira il governo, fatichiamo a fornire indicazioni. Ci aspettiamo un confronto positivo, i tempi del disegno di legge peraltro lo permettono».

I prefetti oggi vengono visti come parte della nomenclatura ostile a ogni cambiamento. È un giudizio troppo severo?

«È inimmaginabile pensare che le istituzioni possano rimanere sempre uguali a se stesse. Inoltre l’istituto prefettizio è uno dei più flessibili che conosca il nostro Paese. La nostra attività infatti spesso è tutto meno che burocratica e si svolge nel tentativo di risolvere problemi e questioni che non trovano nella norma una soddisfazione».

Vale a dire?

«Un esempio di attuazione della norma è il caso del Comune di Borgo San Giovanni: si sono dimessi cinque consiglieri su nove, quindi più della metà, e la norma prevede che il prefetto intervenga per lo scioglimento. Caso diverso è invece il tema dei migranti: non c’è una norma reale che definisca quali sono le competenze e finora siamo intervenuti anche attraverso molta fantasia, inventiva e costruzione di percorsi condivisi».

Il progetto del governo - per quanto se ne sa - prevede di centralizzare le prefetture nei capoluoghi di regione e nelle zone ad alto rischio di criminalità. In tutte le altre province, quindi anche a Lodi, resterebbero uffici decentrati. La convince questo modello?

«La verità, ribadisco, è che oggi fatichiamo a comprendere qual è il disegno finale a cui mira il governo. Quanto al modello appena delineato, mi rendo conto di quanto possa essere stato difficile in passato per il territorio lodigiano relazionarsi con Milano e comprendo l’esigenza che ha portato alla creazione di questa provincia. Penso che la prefettura, in questo come in tanti altri territori, sia stata un punto di riferimento. Sottolineo poi che molte delle attività di una prefettura non si risolvono attraverso il telefono o una videoconferenza ma lavorando sul posto».

In attesa di certezze è innegabile che oggi per le prefetture stiano suonando le “campane a morto”. Condivide?

«Questo è un Paese in cui sta diventando di moda mettere nel tritacarne categorie o spezzoni di società, a prescindere. È toccato alla politica, alla burocrazia, alle Province, adesso pure alla Nazionale di calcio. Sembra sia addirittura diventato un delitto il fatto che qualcuno venga pagato per svolgere un’attività. Mi faccia aggiungere un’altra riflessione: abbiamo sentito tutti le recenti dichiarazioni del prefetto di Perugia, sulle quali c’è poco da dire perché hanno creato notevole imbarazzo. Alcuni giornali hanno scatenato un attacco feroce nei confronti dell’istituto prefettizio prendendo spunto proprio da queste dichiarazioni. I prefetti oggi vengono demonizzati, dimenticandosi però che molte volte proprio questi hanno tolto le castagne dal fuoco al Paese».

Le chiedo una risposta molto franca: l’abolizione dell’attuale rete delle prefetture sarebbe un grave errore?

«Domanda di riserva?».

Luigi Einaudi nel 1944 scriveva che “la democrazia e il prefetto repugnano profondamente l’una all’altro”. Cosa ne pensa?

«Ho il massimo rispetto nei confronti di Einaudi, è stata una delle figure più importanti del nostro Paese. Ciò non significa che uno debba avere sempre ragione. Guardiamo alla realtà dei fatti: in quasi settant’anni di democrazia repubblicana i prefetti sono stati utili o no? Penso che la risposta sia affermativa».

Dopo le prefetture, nelle piccole province rischiano anche le questure?

«Mi auguro non rischi il sistema della sicurezza nel suo insieme. Si tratta di un sistema che oggi funziona, anche se ovviamente tutto può essere migliorato».

© RIPRODUZIONE RISERVATA