Omicidio Bolzoni, c’è un’impronta decisiva

IL GIALLO DI PIAZZA OMEGNA Nel processo stanno emergendo tutti gli indizi a carico dei due fermati ma la gravità appare differenziata

Lo “zio” secondo i carabinieri e la Procura di Lodi ha firmato l’assassinio lasciando un’impronta digitale impressa con il sangue della vittima, Roberto Bolzoni, sul poggiatesta del sedile di guida, su cui l’uomo era seduto mentre veniva accoltellato in auto, il nipote non ha un alibi ma anzi c’è un buco di localizzazione e attività su Internet con il telefonino proprio nella

mezz'ora tra le 21 e le 21.30 circa della domenica 16 febbraio dello scorso anno, quando il 60enne era stato massacrato nell’abitacolo con 38 coltellate in piazza Omegna: questi i principali indizi riepilogati ieri in corte d’assise di Lodi dai carabinieri del reparto investigativo del comando provinciale di Lodi, della stazione cittadina e del Ris di Parma. I due fermati, il 51enne Roberto Zuccotti di Crespiatica e il suo nipote 30enne Andrea Gianì di Lodi, tuttora in custodia cautelare in carcere, hanno assistito in silenzio alla proiezione di centinaia di slide in cui veniva illustrato un lavoro investigativo serrato e durato sei mesi. Impassibile Zuccotti, Gianì ha chiesto e ottenuto una posizione migliore in aula per vedere al meglio lo schermo. Il giovane è l’unico che ha risposto agli investigatori: «Non c’entro con l’omicidio e sono rimasto in casa». A differenza dello zio, nessuna telecamera o gps colloca Gianì in piazza Omegna, non c’è una sua firma dell’omicidio in auto. Ma un po’ di dna della vittima era anche sotto le sue scarpe. Una sfortunata contaminazione, secondo la difesa. Il processo continua dopo Pasqua.

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