Lodi, vuole andare a caccia ma deve incassare il quarto “no” al fucile

«Il porto d’armi non è un diritto»

L’ordinamento costituzionale italiano non riconosce ai cittadini un diritto assoluto di portare armi: è il principio che ha ribadito la terza sezione del Consiglio di Stato affrontando il ricorso presentato da un lodigiano di circa sessant’anni, che ha quindi incassato nel giro di tre anni il quarto «no» dalle autorità e dalla giustizia amministrativa in risposta alla sua richiesta di un porto di fucile uso caccia. L’uomo è incensurato e non è mai stato considerato «socialmente pericoloso» ma secondo i giudici i vari episodi posti da questura e prefettura di Lodi a fondamento del diniego sono «se considerati complessivamente, idonei a costituire un quadro indiziario di allarmante pericolosità in ordine al possibile utilizzo improprio dell’arma, ancorché meramente potenziale».

Negli archivi delle forze dell’ordine risulta infatti che l'uomo, ancora minorenne, fosse stato denunciato per possesso illecito di munizioni (accusa prescritta), poi denunciato all’inizio degli anni ’80 per ubriachezza (reato estinto con il pagamento di una sanzione), quindi avrebbe denunciato di morte l’ex moglie, sarebbe finito ricoverato per intossicazione etilica acuta dopo un incidente stradale, poi ancora ricoverato per “segni di squilibrio mentale” - senza alcuno strascico secondo la difesa - e risultava aver ospitato in casa un albanese poi ritenuto responsabile di sequestro, rapina e violenza carnale.

Nonostante queste vicende, l’uomo nel 2018 si era visto revocare dalla Prefettura di Lodi il divieto di detenere armi. Ma quando nel 2019 aveva chiesto il porto di fucile, aveva incassato in successione i no della Questura, cui sono poi seguiti quelli della Prefettura, del Tar e ora del Consiglio di Stato. I cui giudici chiariscono che alla base delle licenze di detenzione e di porto di armi ci sono procedimenti amministrativi e criteri di valutazione differenti.

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