I rottami della passerella abbandonati lungo l’Adda

MACCASTORNA L’opera è crollata a febbraio. La Procura indaga sulle cause e le responsabilità del disastro

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Sotto un cielo di piombo, i rottami della passerella ciclopedonale VenTo brillano come argento in mezzo all’erba alta della golena lungo l’Adda. Sono lì da un mese e mezzo. Da quando si è conclusa la rimozione dei tronconi rimasti in parte “appesi” alla campata del ponte tra Maccastorna e Crotta e in parte finiti in acqua. L’inizio del disastro risale al 13 febbraio scorso, con il primo cedimento di una campata del manufatto - che s’inserisce nel tracciato Torino-Venezia -, a cui sono seguiti altri quattro crolli. Delle sette campate originarie ne sono sopravvissute soltanto due, dalle quali si è partiti a fine luglio con gli interventi di smantellamento e demolizione. La Procura di Lodi ha aperto un’inchiesta per crollo colposo sul collasso dell’opera, che è venuta giù un pezzo dopo l’altro come una costruzione Lego. I magistrati devono accertare le cause e le responsabilità dell’incidente, che fortunatamente non ha visto feriti, ma che è avvenuto a opera quasi ultimata. Poco prima del suo collaudo e della messa in esercizio. Il che dà la misura dello scampato pericolo. L’Agenzia Interregionale per il Fiume Po (Aipo) è la stazione appaltante dell’intervento. Progettazione e lavori però sono opera degli aggiudicatari dell’appalto milionario. Fra infrastruttura e lavori in golena (per altro contestati fin da subito dal sindaco di Crotta d’Adda, Sebastiano Baroni), sono stati spesi 4 milioni di euro. E proprio sullo spreco di denaro pubblico, la deputata del M5S Valentina Barzotti a febbraio ha presentato un esposto alla Corte dei Conti con la richiesta di far luce sui ripetuti cedimenti e di accertare il potenziale danno erariale. I tronconi metallici della ciclovia, abbandonati a sé stessi sulle due sponde dell’Adda – la maggior parte sul lato cremonese, uno su quello lodigiano – sono la fotografia di un’opera pubblica svanita nel nulla, mentre i cittadini attendono ancora risposte su chi debba pagare il conto. L’amarezza delle due comunità cresce ogni giorno di più, alimentata dalla vista dei resti dell’opera che avrebbe dovuto unire due territori e che invece ha lasciato solo rottami, dubbi e una ferita nel paesaggio fluviale. Tra ritardi, indagini in corso e un vuoto di responsabilità, il sogno della mobilità dolce si scontra con la cruda realtà.

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