COVID «Il virus non è fuggito dal laboratorio» VIDEO

Il professor Massimo Galli interviene: «Invece di litigare i politici dovrebbero pensare alla prevenzione sanitaria»

«Avevamo ragione noi, i tamponi ci avrebbero salvato». A parlare è l’infettivologo Massimo Galli, promotore di studi sulla Covid, anche a Castiglione, cuore della zona rossa, e nella sua casa di riposo.

Professore è stato fin da subito uno dei massimi sostenitori dei tamponi

«Certo, si è visto che fare i test è utile. All’inizio era oggettivamente difficile, improbabile che si potesse riuscire a fare un test a tutti, ma sono convinto che fosse giusto spingere in questa direzione. Poi è stata anche la realtà dei fatti che ha dato una grossa spinta. Non tutti i pareri andavano nella stessa direzione. Molti erano frenati dallo stessa organizzazione mondiale della sanità tarata sullo standard dei paesi poveri».

Galli, "Avevamo ragione noi sui tamponi". Video di Cristina Vercellone

Le Rsa sono state travolte?

«Le Rsa sono state lasciate allo sbando, senza un supporto reale, per tutto il periodo più intensivo della pandemia, senza poter fare i test, senza essere in grado di disporre di veri isolamenti, visto che le Rsa non sono ospedali, senza poter trasferire i pazienti, senza avere una cura in mano. Poi magari si sono anche viste addossare le accuse peggiori. Se ci sono responsabilità sono sopra le Rsa, anche sul piano decisionale».

Lo studio sierologico nella Rsa di Castiglione ci insegna qualcosa?

«Ci sono dei dati che non abbiamo ancora pubblicato, ma ci mostrano che anche negli anziani più della metà dei positivi al tampone non era sintomatico. Anche nel grande anziano la malattia può decorrere asintomatica e questo, dal punto di vista della trasmissione ci mette nei guai. Se le Rsa avessero classificato le persone sulla base dei sintomi si sarebbero perse le persone».

L’inchiesta ha dimostrato che la zona rossa nel Lodigiano ha funzionato...

«Non abbiamo controprove, ma con l’intervento drastico a Castiglione e nei comuni di quella zona, abbiamo l’impressione che il contenimento dell’epidemia ci sia stato. Questo diversamente che a Bergamo e nella Bergamasca. Le valli della Bergamasca non credo siano attraversate da una popolazione maggiore rispetto a quella del Basso lodigiano. Con tutte le attenuanti che si possono addurre per il fatto che si trattasse di una situazione assolutamente nuova, ma c’erano pressioni perché non si chiudesse il territorio. Il 28 febbraio, in Regione, prima e unica volta, hanno mandato avanti me, in una conferenza stampa, a dire che bisognava far fronte con misure drastiche a questa malattia; negli stessi giorni c’era stato un tira e molla sulla Bergamasca, poi il 9 marzo è stato chiuso tutto. Ho la netta sensazione che un intervento più deciso avrebbe messo a posto molte più cose. La tematica in questione rimane ancora in larga misura inesplorata, nuova e complicata, figuriamoci in quei giorni lì, ma scelte di altro tipo avrebbero probabilmente migliorato le cose, a favore della riduzione del danno: di questo rimango convinto».

Dobbiamo aspettarci altre epidemie?

«La risposta ovvia è sì, ma non domani. Intanto non bisogna derubricare la Covid come un virus fatto fuggire per errore da un laboratorio in Cina. Non è un fatto provato, anzi è poco probabile, anche se non sarebbe stata la prima volta. Nel 1977 comparve un H1N1, sottotipo dell’influenza. Si scoprì a distanza di tempo che era identico a un virus degli anni 50, rimasto a sonnecchiare in frigorifero, che era venuto fuori in occasione della fabbricazione di nuovi vaccini, guarda caso proprio in Cina. Pensare che anche la Covid sia stata frutto di un errore è pericoloso. assolve quello che è stato fatto con la deforestazione, l’alterazione dei sistemi ecologici e la popolazione salita da meno di 3 miliardi nel 1951, quando sono nato io, a più di 8 miliardi. È un fenomeno che non ha precedenti, con l’aggravante che possiamo trasportare una persona con il suo virus patogeno da un continente all’altro. Al tempo della Spagnola le persone erano un miliardo e 200milioni, a volare era solo Francesco Baracca, ma è stato un disastro. Il punto chiave è questo: la politica non deve andare alla ricerca di un responsabile per ottenere un risultato immediato, ma preparare il futuro di un Paese come il nostro che ha tanto bisogno di avere una visione radicale del sistema sanitario, soprattutto a livello territoriale, con il ripristino della parola prevenzione».

La prevenzione sarebbe servita a contenere la pandemia?

«Siamo stati colti di sorpresa e alle spalle: nel Lodigiano ci siamo trovati con tante infezioni all’inizio che anche un sistema migliore avrebbe fatto fatica a gestire la cosa. Ciò non di meno questa è una lezione per il futuro. Abbiamo visto regioni scegliere di puntare sulle eccellenze in ospedale, ma dimenticarsi dello sviluppo di servizi fondamentali. Ieri mi ha telefonato un conoscente: “Mi hanno trovato un tumore - ha detto -; per operarmi nel pubblico ci vogliono 4 mesi, a pagamento mi operano domani”. Situazioni così sono frequentissime».

La riforma delle case di comunità risolverà il problema?

«Sarebbe un bel sistema se davvero funzionasse e coinvolgesse i medici di base, con una revisione importante dei loro compiti e delle loro funzioni». 

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