Banche popolari, fine di un’epoca

L’annuncio di Renzi

al termine del consiglio dei ministri:

«Dovranno superare

il voto capitario»

La conferma ufficiale è stata battuta dalle agenzie di stampa ieri alle 17,45 e annuncia una rivoluzione: le prime dieci banche popolari italiane «hanno 18 mesi di tempo per trasformarsi in società per azioni e superare il voto capitario». Le parole del premier Matteo Renzi, pronunciate al termine del consiglio dei ministri che ha varato per decreto legge la riforma delle popolari, pesano come macigni sull’attuale assetto e mettono la parola fine alla filosofia pluricentenaria “una testa, un voto”, quella secondo cui nelle assemblee delle banche popolari ogni azionista-socio, dal più piccolo al più grande, ha esattamente lo stesso potere.

Il provvedimento riguarda le banche popolari con patrimonio superiore agli 8 miliardi di euro: oltre al Banco Popolare (erede della tradizione della Popolare di Lodi, prima popolare sorta in Italia, nel 1864) ci sono dunque, tra le altre, Ubi Banca, Popolare di Milano e Popolare dell’Emilia Romagna. Escluse invece dalla rivoluzione le banche di credito cooperativo, per stessa ammissione di Renzi, che sempre ieri attraverso un“tweet” ha tranquillizzato tutti. Nel Lodigiano dunque possono tirare un sospiro di sollievo Centropadana, Laudense, Borghetto e Adda-Cremasco, anche se il governo sembra comunque intenzionato a favorire le aggregazioni.

La trasformazione delle popolari in società per azioni e l’abolizione del voto capitario sono arrivate a seguito dell’accelerazione impressa negli ultimi giorni dal governo, che ha tirato dritto nonostante un ampio e variegato fronte contrario. L’obiettivo dell’esecutivo (illustrato dal ministro dell’Economia Pier Carlo Paodan) è creare le premesse per arrivare a banche più solide (magari tramite aggregazioni) e più interessanti per gli investitori. Non manca chi sostiene che la decisione sarebbe stata caldeggiata dall’Europa, anche se a questo proposito occorre dire che la Germania, patria delle popolari, si muove in una direzione contraria, salvaguardando la propria identità bancaria.

Cosa succederà ora a Lodi? Il Banco Popolare ha 18 mesi per cambiare pelle. Il timore di molti è che i territori abbiano sempre meno voce in capitolo nelle scelte delle grandi banche, soprattutto sul fronte dell’erogazione del credito e della difesa dei livelli occupazionali. E anche i futuri consigli di amministrazione potrebbero essere molto diversi da oggi, con pochi esponenti territoriali e molti rappresentanti dei grandi azionisti e dei patti di sindacato.

«Il rischio è che questo provvedimento vada a snaturare la vera essenza delle banche popolari e dunque anche del Banco - ha affermato Donato Vestita, presidente dell’Associazione Prima Banca 1864, che riunisce numerosi soci lodigiani -. Il nostro timore è che questa decisione finisca per colpire l’identità delle popolari e, per quanto concerne il Lodigiano, allentare il legame tra il Banco e il territorio. Di certo siamo di fronte a una visione strategica molto diversa rispetto a quella perseguita finora».

Posizione in parte differente invece quella di un altro lodigiano, Tino Modesto Volpe, presidente dell’Associazione nazionale piccoli azionisti del Banco Popolare: «La banca perde certamente un po’ di identità, ma già oggi gli azionisti del territorio non comandano. I titoli delle popolari in questi giorni hanno preso il volo, le banche diventeranno più appetibili e avranno la possibilità di raccogliere maggior capitale sul mercato, anche quello estero. Quanto alla salvaguardia o meno del voto capitario, in tutti questi anni, in presenza di voto palese, abbiamo assistito ad assemblee bulgare. Cosa differente sarebbe stato avere il voto segreto, ma non è un tema all’ordine del giorno».

In serata è arrivato anche il commento, durissimo, del consigliere regionale Pietro Foroni (Lega nord): «Nel silenzio generale, attutito solo dalla protesta della Lega nord e del suo segretario Matteo Salvini, il governo Renzi ha approvato un decreto urgente che metterà fine al sistema delle banche popolari, quelle banche, che insieme ai crediti cooperativi, sono più vicine al nostro territorio. Tutto questo solo per facilitare il salvataggio di Monte dei Paschi da parte di qualche grande banca e per assecondare la solita grande finanza europea. Ciò significa - ha aggiunto Foroni - distruggere le basi, la ratio, la natura delle banche popolari, che finiranno per diventare preda delle grandi banche europee. Il resto sono solo chiacchiere e le solite belle parole che nascondono il vero significato di un decreto scellerato. Finisce così la storia del glorioso sistema delle banche popolari nato a Lodi nel 1864».

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