Baerlocher, processo nel vivo

Quattro richieste di rinvio a giudizio per l’esplosione di 25 mesi fa nello stabilimento chimico Baerlocher Italia di via San Colombano: un boato che era risuonato in tutta la città e che aveva scaraventato a 400 metri di distanza il motore dell’enorme mescolatore che stava trattando, a una temperatura di 120 gradi, circa una tonnellata di resina e saponi metallici. Quattro gli operai feriti, non investiti direttamente dall’esplosione ma dallo scoppio dei monitor della sala di controllo, blindata, che aveva resistito all’onda d’urto; uno degli addetti era rimasto ferito mentre fuggiva dall’inferno di fiamme e calcinacci.

All’inchiesta hanno lavorato quasi tutti i pm che si sono alternati nella procura di Lodi: Caterina Centola, che aveva avviato le indagini, quindi Paolo Filippini e Giovanni Pescarzoli, fino all’avviso di fine indagini dello scorso anno e alla richiesta al gip di fissare l’udienza preliminare, scattata nelle scorse settimane. Le ipotesi di reato sono di crollo con pericolo per l’incolumità pubblica e di disastro colposo, con pene che, sommate, possono variare da un minimo di due anni a un massimo di dieci. Gli indagati sono A.S., uno dei responsabili di Baerlocher italia, e altre tre persone, responsabili per il personale piuttosto che per gli aspetti tecnici delle lavorazioni. Non risulta siano ad ora contestate invece ipotesi di lesioni, anche se sotto questo profilo erano state redatte anche perizie mediche sui lavoratori feriti. Anche il sindacato dei chimici della Cgil non ha ancora confermato l’intenzione iniziale di costituirsi parte civile, in nome della sicurezza nelle aziende del settore.

Sotto il profilo tecnico l’indagine si è rivelata estremamente complessa: solamente il consulente tecnico della procura di Lodi, ingegner Davide Levo, aveva depositato in viale Milano un documento di 500 pagine. Le cui conclusioni, in estrema sintesi, arrivavano a ipotizzare una “reazione fuggitiva” nel corso della lavorazione che invece, da manuale, doveva essere una semplice miscelazione, senza che tra i componenti si dovessero innescare fenomeni tali da portare a un innalzamento di temperatura.

Nel reattore erano stati immessi diversi quintali di Eposir, la resina, e polvere di benzoato di zinco. Obiettivo: produrre un additivo per migliorare le caratteristiche della plastica. Nei laboratori della casa madre questa miscelazione era già stata sperimentata, ma in piccoli quantitativi.

Nella lettura degli inquirenti che sembra aver portato alle richieste di rinvio a giudizio, per ipotesi colpose, sarebbe mancata una fase intermedia: il test della stessa miscelazione in un impianto pilota, per verificare se, in quantitativi maggiori, la miscela potesse reagire. La tonnellata di materiale, infiammabile data la presenza della resina, avrebbe sviluppato all’interno un repentino aumento della temperatura, che ha fatto crescere la pressione nel miscelatore fino a quando l’enorme coperchio imbullonato è saltato. Il capo d’imputazione non indica però l’incendio, anche se dal capannone del reparto sventrato si era levata per ore una colonna di fumo. Tocca ora al gup valutare se l’individuazione delle responsabilità formulata dalla procura sia condivisibile.

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