Quanta vita dentro le nostre stanze
“Le cose da salvare” di Ilaria Rossetti

Quanta vita dentro le nostre stanze

IL LIBRO: Un fatto di cronaca, il crollo di un ponte che passava sopra le case, dà lo spunto a Ilaria Rossetti per una riflessione quasi profetica

«È assurdo quanta vita c’è nelle nostre stanze». Sta tutto qui dentro, o quasi, il senso di “Le cose da salvare” di Ilaria Rossetti, il nuovo romanzo della scrittrice lodigiana, vincitore del premio Neri Pozza, uscito in libreria giovedì, nel mezzo di questi giorni difficili (giorni che – vedremo - entrano con forza premonitrice anche tra le pagine di questo libro).

L’inizio è folgorante, un episodio drammatico (il crollo di un ponte a pochi metri dalle case in una città di mare) e in poche pagine sono introdotti tutti i personaggi: Gabriele Maestrale, in piedi nel salotto di casa, pensa alle cose da salvare, il Ponte - con la maiuscola, è il personaggio principale - è appena crollato e lui è immobile nella stanza mentre la polvere invade tutto. Qualcuno gli grida di uscire, il palazzo ha dei sussulti. Ma lui si siede.

Ecco il primo dei piccoli gesti, dei granelli di emozione di cui sono fatte queste pagine. Ilaria rossetti rende vivo ciò che tocca, gli oggetti utili, le prime cose che vengono a mente: «Significa che sono le più necessarie». Ma sarà vero? Avanti, chi saprebbe scegliere davvero? Siamo ancora al prologo e per capire la citazione in esergo di Cristina Campo bisogna avanzare lungo il racconto, farsi spazio tra le macerie: «Ho tante cose da dire. Quasi da salvare».

È un libro sulla perdita quello dell’autrice lodigiana. Perdita delle cose, delle persone, dell’umanità. Gabriele Maestrale ha perso tutto, anzi si è chiuso in casa per non perdere tutto. Petra - la giornalista che lo va a intervistare un anno dopo il crollo - ha perso la madre da poco, suo padre ha perso la compagna e ritrova Wanda, un antico amore. È un libro che parla del tempo. Il concetto di tempo e i minuti che passano. Quello che conserviamo e quello che ci sfugge di mano «i ponti dovrebbero durare secoli…». Che parla degli istanti in cui tutto cambia, per sempre. Istanti, non giorni, non anni. Quelli vengono dopo, è l’istante che interessa all’autrice. L’istante e le piccole cose: la paura degli squali, la politica celata dentro altri discorsi. Il ricordo dei tempi felici.

Ilaria Rossetti affronta con straordinaria maturità le storie che racconta. Ha una capacità innata di descrivere piccole cose, soprattutto emozioni, gesti quotidiani, minimi accadimenti che sono “tutto”. Sono loro le cose irrinunciabili, quelle da salvare. La cassetta con la spesa, le lettere d’amore, le fotografie e le parole trattenute: si vede ad esempio nella descrizione dei vicini di casa del protagonista e nella scelta delle loro cose da portar via prima che tutto crolli…

Il crollo del Ponte è l’occasione per parlare di tutto questo, è venuto giù di botto un anno prima e ha lasciato solo macerie, ed è su queste macerie che l’autrice costruisce il suo libro. Ilaria Rossetti parte da un episodio cronaca - il ponte crollato è il Morandi di Genova (anche se non è mai citato esplicitamente) - per andare molto al di là della cronaca. Con una scrittura potente ed evocativa entra negli interstizi della vita per raccontarla, al di là del Ponte. Non c’è ad esempio la vicenda della ricostruzione, delle responsabilità. Ci sono le macerie, quelle fuori dal balcone, e quelle umane: il vero oggetto dell’interesse della scrittrice.

“Le cose da salvare” è un libro sullo stare chiusi, e non si capisce come Ilaria Rossetti possa essere stata così profetica. È un libro sulla sopravvivenza in tempi difficili, perché in un istante possono diventare tali - difficili - i nostri tempi quieti e ordinari. E alcuni passaggi più di altri sembrano scritti per i giorni che stiamo vivendo: la morte dei genitori, degli anziani, la perdita della memoria e dei gesti. E ancora: «Quando un ponte crolla è come se sancisse il diritto di starsene per conto proprio. Perché dovremmo toccarci se nemmeno il cemento lo fa più».

Petra a un certo punto, siamo ancora all’inizio, rivolge una domanda “troppo da giornalista” al suo interlocutore: «Che cosa vuoi salvare rimanendo?». Gabriele Maestrale con il suo cognome che evoca venti forti e cieli limpidi sa che lei non ha ancora gli strumenti per capire. Ci arriveranno insieme al termine di un percorso fatto di parole e di gesti minimi. Alla fine, quando la lista delle “cose da salvare” sarà di fatto già sotto gli occhi di tutti.


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